Arripizzati

Ieri il mio umore non era al top. Capita anche ai professionisti come me.
Ero triste senza un vero perché, c’era un pò un alone di nonsoché che gravitava sulla mia testa.
Riflettevo sul termine siciliano “arrìpizzato””, che sarebbe a dire: aggiustato, sistemato alla meno peggio. Nonostante sia in Toscana da 13 anni poi, le parole che esprimono violentemente l’anima, sono Siculi.
Quindi riflettevo sulla mia vita . La famiglia tutta bella e ordinata e senza pensieri, non ce l’ho. Mi sposo ma non ho l’abito ma un prendisole di lusso che è ancora a riparare e non si sa come verrà, non ho i fiori, forse porterò dei carciofi, non ho scarpe, si fa a piedi nudi sulla sabbia, non ho bomboniere né inviti perché me li sono fatti tutti da me coi barattoli delle spezie.
Abbiamo risparmiato su tutto, pure sugli invitati, per avere una festa piccola, raccolta e con poca spesa. Niente di sontuoso e convenzionale, del fotografo nemmeno a parlarne, pure gli invitati sono i nostri più cari amici ma anche i più poveri di tutti!
A volte ho l’impressione di avere avuto tante cose ma tutte “sistemate alla meglio”,arrìpizzate.
Sono andata a letto che la sensazione stava svanendo ma mentre svaniva si realizzava un motivo per essere sconfortati: Amelia aveva mangiato la pizza e aveva la glicemia alle stelle. La pizza per i diabetici; ci sarebbe da scrivere dei libri su cosa rappresenta la pizza per i malati di diabete. C’è chi la mangia e contemporaneamente prega, chi fa insulina a profusione e sta sveglio tutta la notte a contare i 300 sul glucometro. Chi se ne frega, mangia e si risveglia la mattina con la sorpresa. Chi, come noi, si occupa di una bimba piccola, le dà la pizza, è gioia, è allegria, è una notte ad aspettare che la glicemia scenda. E cosi fu ieri sera. Eppure, di fronte alla vera e reale e inconfutabile difficoltà di ieri sera, ho reagito facendomi forza e trovando il sorriso. Convincendo Emiliano dello storico e annoso problema della pizza per un diabetico e convincendolo a togliersi la faccia di sconforto che aveva. Non ci sono riuscita, chiaramente. Anche mentre dormiva, distrutto dal lavoro e dai topi, dai calcoli e da me, aveva la faccia sconfortata.
Ho riflettuto sul fatto che mi sono intristita per delle bazzecole ed ho ritrovato la forza quando era importante esserci, nelle difficoltà reali, non nelle paturnie di un momento in cui non avevo nulla di cui essere triste e invece sono andata a cercare delle motivazioni, inutili e superficiali. Ho realizzato che è un atteggiamento comune a molte persone e che spesso ci roviniamo le giornate e la vita senza alcun motivo per poi ricordarci che si poteva gioire solo quando arriva il difficile. Un vero spreco. Tanto più che difficoltà nel quotidiano non ne mancano, perché ricercarne di nuove? Siamo davvero strani.
Stamattina Amelia ha iniziato la giornata con la glicemia buona e poi di nuovo in rialzo, tre frecce. Le odio. Ho preso tutte le sue cose e siamo montate in macchina, la radio suonava “Feeling better ” di Malika Ayane e un babbo mi attraversava la strada con la sua bimba sulla testa. Amelia muoveva il ritmo con le mani e io vibravo per la glicemia a 78.
Sentirsi meglio, guardare la vita che gira intorno così poetica, cantare con tua figlia, dire di sì a una vita tutta arrìpizzata, arrivare al nido e leggere nell’edicola di fronte “La storia di Elisa: noi e il diabete”. Ricordami che siamo prima Noi e poi in compagnia del diabete, non un’entità unica e indivisibile. Sentirsi meglio.
Oggi siamo su Chiantisette accanto all’articolo della puzza al cimitero. Chi è in Toscana può leggerci.
Buona giornata a tutti.

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