La prima volta che Amelia è nata.

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È da un pò di tempo che penso a questo post, alla voglia che ho, non tanto di raccontare la mia gravidanza ma di aprire una parentesi su quelle che sono le “ gravidanze a rischio “.
Ultimamente va molto di moda parlare di gravidanza e parto ma ogni argomento a riguardo è riferito a gravidanze fisiologiche e dove tutte procede meravigliosamente bene. Poi ci sono donne come me che hanno avuto altri tipi di gravidanza, altri iter e altre storie e, di queste storie, mi sembra se ne parli poco. Nella mia esperienza ho provato molta solitudine, molta difficoltà nel poter condividere un evento molto lieto ma allo stesso tempo complicato.
Quando con Emiliano abbiamo deciso di voler diventare genitori, dopo avere rotto tutte le mie riserve e dopo che Emiliano mi aveva dato l’ultimatum di avere un figlio entro i suoi 40 anni se no niente, abbiamo deciso di fare le cose per bene. Nonostante nella nostra coppia regnasse sempre il caos e la disorganizzazione il nostro primario pensiero fu di seguire l’iter più giusto per il bene di un futuro figlio. Ci rivolgemmo, quindi, a un centro diabetologico specializzato in gravidanze con diabete in uno splendido luogo chiamato Livorno. Ma non era splendido il luogo soltanto ma anche i medici con cui abbiamo instaurato subito un rapporto allegro e informale basato sulla serenità di una programmazione fatta per bene e senza eccessive ansie. Prima di rimanere incinta dovevo abbassare la mia glicata per portarla il più vicino possibile a quella di una persona senza diabete. Le glicemie necessarie per fare ciò, ovvero intorno ai 90/130 le avrei dovute mantenere poi per tutta la gravidanza per assicurarmi che la bambina non corresse rischi di malformazioni. Mi sembrava una cosa veramente impossibile ! Una di quelle cose che solo nei film accadono perché, difatti, è tutto finto. Quando parlavo con gli altri del mio desiderio di maternità ma del bisogno di aspettare per sistemare le glicemie tutti traducevano la cosa con : ha difficoltà a rimanere incinta. Questa interpretazione, a suo tempo, mi fece molto soffrire, perché percepivo sulla mia pelle le grandi cazzate che la gente si immagina quando non conosce una malattia e tutte le sue declinazioni e se provavo a spiegare e a negare ( di fatto nemmeno sapevo se avevo difficoltà a rimanere incinta, non ci avevo mai provato ! ) pensavano che lo facessi perché non volevo ammettere di avere delle difficoltà. Come se poi fosse una colpa non riuscire a rimanere incinta e come se poi questa colpa fosse per certo mia ( perchè avevo il diabete ) ! Ma il punto è: si può vivere ragionando sempre sulle colpe ? No. Infatti dopo un mese dalla prima visita diabetologica avevo una buona glicata ed ebbi l’ok del reparto per provare a rimanere incinta. Un mese dopo avevo fatto 5 test di gravidanza che erano tutti positivi e mi urlavano a gran voce che, sì, ero incinta e tutto accadeva così velocemente da non capirci più nulla! Anche perché della parte del progetto di rimanere incinta quella che mi piaceva di più era quella del provarci!
Ci trovammo, quindi, e improvvisamente, in un grande caos, tra reparto di diabetologia a Livorno e la ricerca di un punto di riferimento ginecologico. Finché un giorno siamo approdati al centro “ Gravidanze ad alto rischio “ di Careggi. Già il nome del reparto ti faceva entrare con un puntino di ansia ma poi il tutto si apriva quando ti sedevi nella sala d’aspetto e vedevi tante donne lottare per portare a termine gravidanze difficili ma tanto, tanto desiderate.
Ed è lì dentro che abbiamo passato 9 mesi, accompagnata da Emiliano, e le poche volte che lui non ha potuto dalla mia coinquilina, una volta dai miei due fratelli, una volta da un mio ex fidanzato, da mia cugina, da mia zia, da chiunque. Da tutti si, perché avevo una visita a settimana per controllare il battito della bambina e il liquido amniotico e, naturalmente, le glicemie. I prelievi del sangue e le analisi delle urine. Abbiamo fatto milioni di km da Radicondoli a Careggi e Livorno e non so quante ore di permesso a lavoro ha dovuto prendere Emiliano. Ogni settimana ero lì con le mie giovani e bravissime dottoresse con cui svisceravamo grafici, analisi e glicemie. E ogni tanto ci scappavano diverse risate.
E poi c’era il corso pre-parto che erano cicli di conferenze su tematiche diverse relative al bambino e al parto, spesso in situazioni di normalità.
Avere Amelia è stato un impegno grosso, partito da lontano e guadagnato settimana per settimana, con la consapevolezza di avere una grande responsabilità nei suoi confronti, per questo credo di essermi comportata meglio di quello che normalmente io sono. Intorno a me, chi mi vedeva, vedeva solo una bella pancia e due ragazzi sorridenti ma la fatica è stata tanta ed ho visto intorno a me quante difficoltà e quanti esami e quanta ricerca ci sia dietro gravidanze difficili.
Quando vivi una gravidanza cosi, il parto poi, ti sembra una passeggiata. O comunque quell’ultimo passo che ti separa dalla creatura tanto attesa. Così è stato per me.
A 39 settimane Amelia non cresceva più tanto e cosi i medici decisero per indurmi il parto. Mi agganciarono a una flebo di insulina in un braccio e di glucosio in un altro braccio e poi l’ossitocina. Per andare in bagno avevo bisogno del mio staff di 3/4 persone che mi reggessero tutti i portaflebo. Dopo 8 ore di travaglio e nessuna dilatazione si aggiunse anche l’epidurale fatta da una bravissima specializzanda che meno male che dò sempre fiducia a tutti, si mise calma e fece tutto alla perfezione. Dopo altre 2 ore un nuovo cambio turno ostetrici e ginecologi e io non ero ancora dilatata mentre Emiliano stava prendendo una specializzazione in ostetricia! Aveva in mano le macchine per il dosaggio dell’insulina, valutava le glicemie e per poco non valutava anche i tracciati.
Io, a quel punto, dalle 8 di mattina ero arrivata alle 21, carica di oppiacei, con la testa che mi girava e un gruppo di gente carina che scherzava sulla mia condizione di albero di natale e di quanto era fisiologico il mio parto! Con ironia, chiaramente, ma abbiamo riso tanto, finché non si è deciso di procedere con un cesareo. Ricordo la depilazione, Emiliano che discuteva di cannoli e arancine col ginecologo, mio fratello che mi chiamava dalla Spagna e mi diceva: evvabbe dai! E poi tanto freddo, la radio, un bellissimo anestesista che mi teneva la mano e mi diceva che ancora nemmeno avevano tagliato quando invece vedevo Amelia passare in volata davanti alla mia testa e io che in quel momento avevo solo bisogno di preoccupazioni da poco, del tipo: ditemi che ore sono che poi devo calcolare l’ascendente!
Così è andato il mio parto, per sommi capi, così lo ricordo, come una cosa faticosa ma da cui si può trarre un sorriso. E poi è arrivata lei, la mia sudatissima bambina, per cui avevo creato l’impossibile rispetto alle mie possibilità. E lo avevo fatto solo per lei.
Quando mi sono ripresa da questo periodo ho parlato con la mia cugina acquisita, che è una ostetrica, e con una mia amica psicologa, per capire se è possibile avviare dei corsi pre parto proprio per donne che vivono gravidanze complicate, che avrebbero bisogno di supporti diversi e dedicati. Di sentirsi meno sole, meno diverse dalle altre donne e con la possibilità di condividere con altre future mamme nella loro stessa situazione quello che si prova, quello che si sente.
Spero davvero che, un giorno, possano realizzarsi questo tipo di gruppi perché solo condividendo e quindi parlando e verbalizzando con gli altri possiamo tirare fuori le paure e dare loro forma e ordine e non sentirci, quindi, sopraffatti dalla sofferenza di un evento che immaginavamo bellissimo e sereno ma che a noi non è stato possibile vivere interamente così.

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