“Io non sono il mio diabete”

Sono una mamma, ma non ho figli diabetici. Lo sono io da 25 anni, esordio a 19 anni nel ’90. Non era “preistoria” e nemmeno “medioevo”, ma parlando in termini di diabete, i tempi erano da considerare tali.

A livello tecnologico questi sono anni “d’oro” per un diabetico insulinodipendente. Non c’è paragone: microinfusori, penne, sensori, insuline sempre più sofisticate. La dieta poi… Un diabetico ora può mangiare di tutto, ovviamente con attenzione, ma non ci sono divieti imposti a prescindere.
La vita, per chi è diabetico insulinodipendente, è davvero migliorata. Forse quello che ancora manca è quell’attenzione, quella sensibilità nei confronti della sfera emotiva, di quel mondo sommerso e spesso taciuto.

La cronicità spesso è proprio questo, una dimensione sconosciuta ai più, riservata a pochi (per fortuna), una dimensione “intima”, spesso fatta di lotte interiori, di diversità e conflitti.
Si parla di malattia, di accettazione, convivenza, rispetto, di un corpo che fuori appare “sano”, ma dentro qualcosa si è rotto e non si può aggiustare…
In questo stato, per forza di cose, si è portati ad odiare quello che si ha, è normale, sarebbe anomalo il contrario.

Dire “odio il diabete” è una dichiarazione d’amore verso noi stessi, è un rifiuto certo, ma è anche un modo per dire, urlare la rabbia verso qualcosa che non ci appartiene, o meglio non dovrebbe, perché la “malattia”, è qualcosa che in una vita normale, in una vita vissuta nel fiore degli anni, è difficile da concepire.
Quindi dire “il diabete è un mio amico, il mio compagno di vita” o altre cose simili, permettetemi, è un affronto verso ciò che siamo.

Se i vostri figli urlano e dicono “odio il diabete!”, bene! Benissimo! Esternano il loro disagio, la loro rabbia, il loro mondo interno. Sono arrabbiati e ne hanno tutte le ragioni del mondo. Certo ad un genitore questo spezza il cuore e si sente impotente.

Cosa devo fare, cosa devo dire?!
Niente.

“Accogliere e contenere”, si dice in psicologia.
In termini genitoriali: abbraccio, ascolto interessato e: “hai ragione ad odiarlo, lo odio pure io!”.
Con il tempo l’odio assumerá altre vesti come l’indifferenza, che non vuol dire non curarsi. La pseudoaccettazione, ovvero consapevolezza che c’è ma non lo metto al primo posto, perché un diabetico non è solo diabete, “io non sono il mio diabete, io non sono numeri, peso, e cho”.

Barbara Porcu
Dottore in scienze dell’educazione 
Esperto i processi formativi

 

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Un pensiero su ““Io non sono il mio diabete””

  1. Totalmente d’accordo sulla presa di distanza dall’espressione ‘il mio diabete’ che personalmente ho sempre trovato indisponente, paternalistica e sentimentaloide (difetti che riscontro spesso nella comunicazione sulle condizioni croniche che si fa in Italia).
    Però ho una grossa perplessità: come mai non si parla di T1, ma si usa ancora la vetusta definizione di ‘insulinodipendente’? Ci sono parecchi T2 che sono insulinodipendenti, ma restano affetti da una malattia distinta e ben diversa rispetto al T1. Proporrei di usare definizioni il più sintetiche e distintive possibile (T1 e T2, appunto), che contribuiscono a educare il pubblico sulla netta differenza (almeno) tra le due condizioni. Perché, beninteso, per ‘educazione sul diabete’ io intendo quella rivolta ai non diabetici: c’è davvero bisogno di una società che ne capisca e ne sappia un poco di più.

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