Staminali: stop al diabete nei roditori per sei mesi

174 giorni, quasi sei mesi di stop al diabete. Anche se il diabete è quello dei topi, i risultati raggiunti da un team di ricercatori della Harvard University, guidati dal biologo Doug Melton, vengono considerati molto promettenti.

Era ottobre del 2014 quando sulla prestigiosa rivista Cell venivano pubblicati i risultati della ricerca condotta dal team americano che, dopo quasi dieci anni di studio, è riuscito a generare in vitro cellule beta pancreatiche umane. Trattate con un cocktail di sostanze chimiche, le cellule umane staminali pluripotenti (HPSC) sono state trasformate in cellule beta, pressoché uguali a quelle sane, in grado di secernere insulina e tenere sotto controllo il livello di glucosio nel sangue. Per la ricerca sono stati utilizzati aggregati cellulari con un diametro di 100-200 micron, ognuno contenente alcune centinaia di cellule, successivamente differenziati e sottoposti a numerosi test. A fronte del processo di selezione si è arrivato all’identificazione di un protocollo che, con l’utilizzo di 11 molecole di diverso tipo, ha portato quindi all’ottenimento in vitro di cellule che “si comportano” come cellule beta. Doug Melton, il biologo che ha guidato la ricerca, ritiene che per rendere pienamente “operative” le cellule immature ci vogliano fino a tre mesi.

Il passo successivo è stato quello di impiantare queste cellule, racchiuse in micro-capsule, nell’addome di topi diabetici da laboratorio. Per ottimizzare i risultati è stato scelto un ceppo di roditori con un sistema immunitario molto resistente. Le capsule, indispensabili per evitare l’attacco da parte del sistema immunitario, sono state realizzate in collaborazione con il team del bioingegnere Daniel Anderson del MIT (Massachusetts Institute of Technology). E’ stato utilizzato l’alginato modificato, una sostanza ricavata da una varietà di alghe brune, che ha reso possibile l’alimentazione delle cellule con ossigeno, ma soprattutto, ha permesso allo zucchero e all’insulina di fluire tra il corpo e le cellule. Tra le 800 varianti di alginato create dai ricercatori, è stato individuato il triazolo-tiomorfolina biossido (TMTD), il “meno riconoscibile” dal sistema immunitario.

Nei risultati definitivi della ricerca, pubblicati recentemente su Nature, si legge che il sistema immunitario dei topi non ha reagito alle nuove cellule impiantate e che dopo i 174 giorni di attività (tanto è durata l’osservazione in laboratorio) le capsule rimosse contenevano ancora cellule vitali produttrici di insulina.

La prossima sfida sarà quella di replicare questi risultati e verificare se questo tipo di trattamento, che funziona nei topi diabetici, funzionerà anche negli esseri umani. Secondo una nota dell’ Istituto di Ricerca sul Diabete (Diabetes Research Institute – DRI) dell’Ospedale San Raffaele, “considerate le esperienze collezionate da altri gruppi con prodotti a base di cellule staminali embrionali umane, le beta cellule descritte dal gruppo di Harvard probabilmente non potranno essere testate negli esseri umani prima di 4-8 anni”.

 

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