Corazze e corazzati

Che poi non potevo immaginare che sarei andata in giro con un sempiterno carapace. Cioè, che sarei stata una della schiera dal destino di spalle pesanti.
All’inizio non puoi entrare davvero nell’ottica della malattia CRONICA. Perché non è nemmeno normale per una ragazzina ragionare sul futuro come tempo lungo, sul futuro come qualcosa di diverso da un promettente salto nel vuoto scollegato dal qui e ora. E non esiste conoscenza puramente teorica di questa parola. È l’ inanellarsì degli anni che ne materializza, strato per strato, il significato, non conoscibile per via prettamente razionale.
Il cammino con il carapace è un cammino singolare, peculiare nel suo non potersi esimere da una buona dose di prudenza, di attenzione, di costante faticosa presenza a se stessi.
Quelli che camminano con il carapace non li riconosci da subito, perché a volte questi gusci sono ben mimetizzati.
A volte assumono spessori sufficientemente sottili da assumere la parvenza di una protezione non spiacevole.
A volte invece salta all’ occhio la prestanza muscolare del corpo sottostante, che fa scivolar via lo sguardo dalla corazza.
Il sogno di molti è quello di portarlo con forza e con un certo stile.
Il sogno di tutti è quello di sfilarlo dal corpo e seppellirlo nel più profondo degli inferi.
Io, che questo carapace l’ ho descritto nei particolari, sogno di strapparmelo via e di tenere però nel cassetto il suo ritratto di scrittura.
Un cassetto chiuso a doppia mandata, la chiave buttata a mare.

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