Leggera

Dopo tanti anni che percorro questo cammino e non un altro, ogni tanto me lo chiedo: ma come sarebbe vivere senza avere la costante percezione del mio corpo? Dal mio punto di vista compromesso, questo ormai si identifica con il concetto di libertà: vivere dando per scontato il corpo, vivere pensando ad altro. Non gestirlo, non cercare di capirlo, non ammaestrarlo. Che balorda, una malattia che ti obbliga a indossare perennemente l’abito del maestro severo e al contempo quello dell’ alunno indisciplinato e ribelle. Una malattia dispotica che obbliga il cervello e la volontà a supplire a una funzione fisica che dovrebbe andar da sé.
Come sarebbe la mia vita, alleggerita di questo costante “prender partito del corpo”? È una domanda senza risposta, sterile, nociva. Eppure, di tanto, ritorna.
Sarei ancora capace di camminare svolazzando pregna di inconsapevolezza?
Leggera. Non scissa, intera.

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3 pensieri su “Leggera”

  1. Non so quanti anni hai, io fra sei mesi ne compirò 60, 39 dei quali vissuti con “lui”. Sono stanca, Luisa, stanca di stare sempre all’erta come una sentinella sul confine. Eppure credo che, come Giovanni Drogo ne Il Deserto dei Tartari, anche guarendo miracolosamente, non sarei più capace di allontanarmi da questo luogo e dalle abitudini che vi ho contratto. La malattia con gli anni si trasforma in vizio? Anche questa è una domanda nociva, dello stesso genere della tua. Vorrei conoscerti, leggerti mi dà sollievo. Chissà, non abitiamo lontane. Io sono di Parma. Un caro saluto

  2. Ciao Chiara, il problema è che negli anni il diabete diventa vita: vi si mescola, vi si fonde, la plasma…capisco quello che dici.
    da settembre in poi dovrei fare delle presentazioni del mio libro in Emilia, quindi spero di vederti lì :-)

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