Sul palcoscenico

Quando mi sono ammalata di diabete io e mia madre eravamo sole. Allora io ho iniziato a parlare con la mia forza e con la mia debolezza, compagne nuove. E mia madre a parlare con me.
Era un coro di figure femminili ad alternarsi per i primi piani. Io finivo sullo sfondo nei momenti di sfinitezza, che erano tanti. Pian piano, attraverso le botte e attraverso la scrittura, ho imparato a stare un passo avanti.
La solitudine con l’andare degli anni è stata relegata a momenti rari, feroci e spiazzanti e gelidi come l’incomprensione, ma sporadici. La debolezza è stata un po’ sostenuta dal cambiamento delle terapie e delle tecnologie.
La forza ha divorato spazio e si è espansa, occupando zone inaspettate dentro di me e coprendomi con una corazza trasparente.
Mia madre ha fatto molti passi indietro e ha distratto le orecchie.
Io ho acquistato colori diversi e forme più definite. Ho perso sfumature e ho trovato strategie. Ho supplito alle lacune del corpo con una voce ferma e solo mia.
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