Archivi tag: Luisa Codeluppi

Certe notti qui

Lu: notte Pi…
Angelo: notte Cipollina..
h 1.00:
Brr Brr Brr: “glicemia sopra il limite superiore!” Clik! Sto alta, faccio un bolo.
h 2.00:
Bii Bii Bii: “glicemia sotto il limite inferiore!” Sto basso, mangio una caramella e abbasso la basale…
h 2.10:
Bii Bii Bii: “Attenzione, basale sospesa!”
h 3.00:
Brr Brr Brr: “Glicemia sopra il limite superiore!” Sto ancora alta. Clik! Bolo.
h 3.30:
Bii Bii Bii! Sto ancora basso, caramelle.
h.4.00:
Bii Bii Bii: “Attenzione, basale sospesa!”
h. 5.00:
Brr Brr Brr: “glicemia sopra il limite superiore!” Sti cazzi, altissima. Clik! Mega bolo.
h 5.30:
Bii Bii Bii “attenzione basale sospesa!”
h.5.30:
Brr Brr Brr: “glicemia sopra il limite superiore!”. Clik! Bolo.
h. 6.00:
vado a bere..SBAM!
h. 6.15:
Brr Brr Brr: “glicemia sopra il limite superiore!”
h 6. 25:
Pipì…
h 7.00:
Bii Bii Bii: “Necessaria calibrazione!”. Glicemia 78
h 7.15:
Brr Brr Brr: “Calibrare strumento!” 230. Bolo.
h 7.20:
ci alziamo Angelo? Brr Brr Brr! Bii bii bii!
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A 60 all’ora

Vivere a 60 non è cosa normale.
Vivere a 60 da giorni e giorni, continuando a ridurre l’insulina, continuando a divorare carboidrati.
Far lezione e mangiare, far la spesa e mangiare. Sdraiarmi e mangiare. Guardare alla finestra il paesaggio che vorrei camminare, e mangiare. Vivere a 60, con due gocce di benzina nel serbatoio e tanta strada da fare.
Difficile raccontarlo: se lo raccontassero a me, non ci crederei.
Vivere a 60 è vivere accorciati: sguardo ravvicinato, passi piccoli di gambe molli, secondi piuttosto che minuti, brevità nelle attese.
Vivere a 60 è una galera d’ urgenza. Vivere a 60 è stare in panchina.
Vivere a 60 è mettersi in ralenti. Desiderando la velocità.

luisa

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Facile

Voglia di cose facili.
Voglia-necessità-anelito-bisogno di cose facili.
Voglia di fare un’iniezione e non pensarci più.
E invece 19 unità di insulina nel sedere e sto tutto il giorno a 300, 14 unità nella pancia e passo le ore di lavoro ad ingurgitare zuccheri, che la professoressa svenuta davanti a colleghi e genitori non sta bene.
Voglia di cose facili.
Voglia di fissare il cielo con la mente vuota. E vedere solo quello: il cielo. Voglia di non consumare ancora le energie del futuro nell’ennesimo cambio di terapia.
Di cose facili.
Di fare una passeggiata senza avvertire in tasca la vibrazione del sensore. Voglia-necessità-anelito-bisogno di cose facili.
Come quando due più due faceva 4, come quando la torta alla ricotta era solo buona, come quando il corpo era meraviglioso e scontato. Come quando i fiori erano gialli e il cielo semplicemente azzurro.

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Dal passato

Sorpresa.
Stamattina apro Fb e trovo un messaggio personale lunghissimo: un nome straniero di donna che non mi è nuovo. Inizio a leggere e comincio a dare un volto a quel nome: una mia alunna di molti anni fa. Mi racconta della sua vita lontana dall’Italia, della nostalgia in certi momenti. Torna al passato e parla di me: “L’ho sempre guardata con fare curioso sa? Aveva dei modi particolari: mangiava lo yogurt in classe, leccava il coperchio, beveva molta acqua ed aveva quella sorta di microfono attaccato alla gonna. Io stupidamente lo chiamavo “coso”, mi chiedevo cosa potesse essere, a cosa servisse, ma non avevo il coraggio di farmi gli affari suoi. Qualche anno dopo ho capito e ora mi sento davvero stupida. Mi dispiace davvero di aver preso alla leggera una cosa che tanto allegra non è. (…) Lei è una guerriera”.
Ho letto il suo messaggio più volte e davvero mi sento commossa. Penso alla nostra difficoltà di parlare di questa malattia, tutti prima o poi scottati dall’ incontro con persone incapaci di ascoltare. Che, a distanza di una vita, qualcuno abbia desiderato dirmi parole come queste, è un risarcimento alla superficialità di tanti.
Che bella domenica.
Buona domenica S. N. E.

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Notti e giorni

Ieri per me è stata notte.
E c’era il sole in cielo. E io ho aggredito la giornata come fa una donna della mia età durante il giorno.
Ma la mia malattia ieri mi ha precipitata in una notte fuori tempo. Una notte tormentata e invisibile, nascosta agli sguardi esterni da una sovrapposizione di colori vivaci.
Sono, queste, notti improvvise e travolgenti come regate in burrasca di mari senza luna.
Oggi è tornato il giorno. Faticoso o lento o leggero come devono essere i giorni. Col sole a sottolineare l’inanellarsi dei fatti e gli intrecci delle parole.
Un giorno bello, senza pretese. Se non quella di continuare a stare nella luce.

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Poco carina

Nei primi anni di diabete quando facevo insulina la glicemia scendeva, quando mangiavo saliva in modo prevedibile, quando facevo sport scendeva. Si comportava tanto bene che a volte pensavo che fosse una malattia davvero carina, che quasi quasi anche io l’ avrei potuta chiamare “condizione”.
Successivamente ai primi anni a volte (spesso) la glicemia si inchioda a 300. Perché qualcuno mi ha fatto “Buu!”, perché piove o perché c’ è il sole, perché sono triste o perché sono felice. Poiché sono preparatissssima conosco la mia sensibilità insulinica, ma lo voglio fregare e allora mi faccio un bolo che vale tre volte tanto, perché sono anche furbisssima. Dopo due ore sto a 300 e allora mi faccio un altro bolo maxi. Mi ritrovo ai pasti con la glicemia a 310 e allora, essendo informatisssima, faccio il calcolo dei carboidrati, me ne sbatto e inietto proporzionalmente insulina tre volte tanto. Quando, qualche ora dopo sto congelata ancora a 300 cambio la penna e faccio nuovamente insulina, a profusione.
Dopo 48 ore di tiritera ho le mie soddisfazioni e la glicemia è scesa di quattro: 296.
Allora penso che la mia malattia non è poi così carina e che “condizione” ‘sti cazzi.

lupo

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