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Cena al ristorante e risveglio con glicemia alta

Riceviamo e pubblichiamo la domanda posta dalla mamma di un bambino affetto da diabete di tipo 1. 

Vorrei un consiglio, come mai mio figlio dopo una cena al ristorante, al mattino si sveglia sempre con la glicemia alta?
Premetto che dopo 2/3 ore dopo cena la glicemia va bene.
Grazie.


LA DIETISTA RISPONDE

Una possibile spiegazione a questo quesito può derivare dal condimento presente nei piatti che ordiniamo al ristorante: l’olio o il burro, infatti, sono facilmente presenti in quantità maggiori rispetto a quelle normalmente utilizzate nella pratica casalinga, determinando così un marcato effetto di rallentamento della digestione e dell’assorbimento dei carboidrati contenuti nel pasto consumato, non visibile nelle prime ore dal pasto, ma solo a 7-8 ore di distanza.

Se Suo figlio è in terapia multiiniettiva, può provare a dividere la quantità di insulina in due somministrazioni, una prima di iniziare a cenare e l’altra a circa mezz’ora dall’inizio della cena. Se ha un microinfusore, può essere utile scegliere un bolo prolungato.

Inoltre, al ristorante, non abbiamo la possibilità di rispettare esattamente le tempistiche adeguate nella somministrazione dell’insulina (15 minuti prima dell’inizio del pasto se la glicemia è nei valori target ed utilizziamo un analogo rapido): se la somministriamo nel momento stesso in cui iniziamo a mangiare, i carboidrati potrebbero già essere arrivati al circolo sanguigno in grande quantità prima dell’inizio dell’azione dell’insulina, quindi, fino a quando l’insulina è in circolo, la glicemia potrebbe essere sotto controllo, per poi salire successivamente al termine dell’azione dell’insulina (3-5 ore dopo l’iniezione per gli analoghi rapidi).

Un altro commento che possiamo fare in questo contesto riguarda l’impossibilità di conoscere l’esatta composizione del piatto e quantitativo di carboidrati in esso contenuto: quando siamo fuori casa, possiamo fare solo una stima dei carboidrati che si stanno per consumare, quindi è più facile sovra- o sottostimare il quantitativo esatto.

Inoltre, la porzione potrebbe essere più abbondante di quella abituale e, se parliamo di un secondo piatto, le proteine in esso contenute, trasformandosi in carboidrati, potrebbero contribuire all’aumento tardivo della glicemia.

Ricordiamoci che, se seguiamo le regole di una sana e corretta alimentazione, ceneremo o pranzeremo al ristorante al massimo una volta alla settimana e, non meno importante, abbiamo la possibilità di correggere la glicemia al mattino successivo.

Dott.ssa Claudia Maffoni

©Riproduzione riservata


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Pasti e brusche iperglicemie: come evitarle?

Riceviamo e pubblichiamo la domanda posta da F., diabetico di tipo 1. 

Buongiorno dottoressa, per evitare brusche iperglicemie, che filosofia alimentare deve adottare in generale un diabetico di tipo 1? Grazie in anticipo.


LA DIETISTA RISPONDE

Per la risposta a questa domanda, rimando all’articolo precedentemente pubblicato, che riporta come prima strategia quella di costruire pranzo e cena come pasti completi: primo, secondo, verdure condite con olio e frutta. In questo modo, i carboidrati contenuti nel pasto saranno digeriti ed assorbiti più lentamente, evitando un aumento repentino della glicemia.

Inoltre, può essere un utile accorgimento tenere sotto controllo l’indice glicemico del pasto, privilegiando cereali di tipo integrale, verdura intera o a pezzi piuttosto che frullata, mangiando, laddove possibile, frutta con la buccia ed evitando bibite zuccherate.

Se l’iperglicemia viene registrata soprattutto in corrispondenza del consumo di un determinato piatto o alimento, può essere utile pesarlo o ricalcolare i carboidrati in esso contenuti.

Importante, infine, è la corretta somministrazione dell’insulina e nella giusta tempistica, circa 15 minuti prima del pasto se la glicemia preprandiale è nel target.

Dott.ssa Claudia Maffoni

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Proteine e glicemia: come gestirle?

A volte la glicemia postprandiale (dopo il pasto) non va esattamente come avevamo previsto, anche se siamo certi di avere calcolato i carboidrati del pasto in maniera più che precisa. Cosa ci sfugge?

Negli alimenti possiamo trovare tre tipi di macronutrienti: carboidrati (li conosciamo bene!), proteine e lipidi.
Alcuni alimenti contengono in prevalenza carboidrati (pane, pasta, cracker, caramelle), altri alimenti contengono in prevalenza proteine (carne magra, bresaola) e ci sono, infine, alimenti a prevalenza di lipidi (olio, burro, margarina).
Quando componiamo un pasto completo, inseriamo tutti e tre i macronutrienti nello stesso pasto. A volte però, diventa difficile stimare la corretta quantità di insulina da somministrare: l’esempio lampante è la pizza.
Essa è costituita da una base a prevalenza di carboidrati, farcita con pomodoro e mozzarella (in prevalenza lipidi e con una parte di proteine).

Attualmente, la letteratura scientifica è ricca di studi sulla gestione della glicemia in seguito all’assunzione di pasti ricchi di proteine (più di 25 g) e di lipidi (più di 40 g).
Tra gli studi più recenti, solo due[1],[2] suggeriscono la mancanza di un legame tra assunzione di pasti con tante proteine e iperglicemia postprandiale, evidenziando però che, in assenza di insulina, l’assunzione di proteine può favorire la gluconeogenesi (produzione di zuccheri a partire dalle proteine da parte del fegato), aumentando la glicemia a 4-5 ore dal pasto proteico. Questo effetto è assente per un pasto di soli lipidi.
Questi studi sottolineano, inoltre, la mancanza di evidenze scientifiche sull’utilità di aggiungere proteine al pasto serale per evitare ipoglicemie notturne.

Una review[3] (cioè un riassunto di più studi) del 2015 ha cercato di fare maggiore chiarezza sulla questione, arrivando alle seguenti conclusioni:

  • I lipidi determinano un aumento della glicemia nelle prime 2-3 ore dal consumo del pasto, per il ritardato svuotamento gastrico e per un aumento della resistenza all’azione dell’insulina, dovuto soprattutto alla presenza nel circolo sanguigno di acidi grassi liberi.
  • Le proteine determinano un aumento della glicemia a 3-4 ore dal pasto, se nello stesso pasto sono presenti carboidrati, o a 5 ore del pasto, se nello stesso pasto sono assenti i carboidrati. L’effetto iperglicemizzante delle proteine è rinforzato, oltre che dalla presenza di carboidrati, dalla presenza di lipidi nello stesso pasto. Questo studio stima che 40 g di proteine sommati a 35 g di lipidi sarebbero equivalenti a 20 g di carboidrati assunti senza insulina.
  • Nella pratica, per pasti contenenti più di 40 g di lipidi (equivalenti a 4 cucchiai da minestra di olio), incrementare la quantità di insulina del 30-35%, somministrando il 50% del bolo 15 minuti prima del pasto ed il rimanente 50% nelle 2 ore/2 ore e mezza successive. Per chi è in terapia multiiniettiva, somministrare a 1 ora dal pasto un ulteriore 30-35% di insulina.
  • Per pasti contenenti solo proteine, per un quantitativo inferiore ai 75 g, l’insulina non deve essere aggiunta: in realtà è pressoché impossibile ricreare un pasto di questo tipo, in quanto gli alimenti contenenti proteine contengono anche lipidi generalmente (che rinforzano l’effetto iperglicemizzante delle proteine); nel presente studio, questo tipo di pasto è stato creato tramite l’uso di un integratore costituito da sole proteine. Per pasti contenenti almeno 30 g di carboidrati e 40 g di proteine (cioè circa 200 g di carne magra), aumentare la dose di insulina del 15-20%.
  • L’effetto iperglicemizzante delle proteine dipende dalla quantità di proteine presenti nel pasto, come mostra il seguente grafico, che mette in relazione l’aumento della glicemia al tempo trascorso dall’assunzione dei diversi tipi di pasto[4]:

proteine_maffoni

  • È di fondamentale importanza somministrare il bolo almeno 15-20 minuti prima del pasto e non nell’immediato (errore piuttosto comune).

Concludo riportando altri suggerimenti simili presenti in letteratura per pasti ricchi di proteine e lipidi:

  • Effettuare un bolo di tipo dual-wave, con il 70% dell’insulina somministrata subito ed il 30% somministrato in 3 ore dal pasto[5].
  • Aumentare la dose di insulina del 25-30%, dividendo il bolo nel 50% somministrata subito ed il 50% somministrato in 2 ore e mezza dal pasto; in caso di iperglicemia, aumentare l’insulina somministrata sul lungo termine e ridurre quella somministrata nell’immediato. Per pazienti in terapia multiiniettiva, effettuare un’iniezione all’inizio del pasto ed una 60-90 minuti dopo[6].

L’ultimo studio preso in considerazione consiglia, inoltre, di ridurre temporaneamente la basale in caso di ipoglicemia, piuttosto che ridurre la quantità di insulina somministrata tramite bolo preprandiale.

Ricordo che gli studi scientifici possono fungere da traccia, suggerendo delle possibili strategie, che possono non essere adatte a tutti e in tutte le situazioni. Questi suggerimenti, uniti alla pratica quotidiana, potrebbero essere la giusta strada per capire come gestire pasti di questo tipo.

Dott.ssa Claudia Maffoni

[1] Protein and Diabetes: much advice, little research. Current Diabetes Reports 2002; 2:457–464
[2] Effect of dietary protein on post-prandial glucose in patients with type 1 diabetes. J Hum Nutr Diet., 2013; 26: 606–611
[3] Impact of Fat, Protein, and Glycemic Index on Postprandial Glucose Control in Type 1Diabetes: Implications for Intensive Diabetes Management in the Continuous Glucose Monitoring Era. Diabetes Care 2015; 38:1008–1015
[4] Influence of dietary protein on postprandial blood glucose levels in individuals with Type 1 diabetes mellitus using intensive insulin therapy Diabet. Med. 2016; 33: 592–598
[5] Benefit of supplementary fat plus protein counting as compared with conventional carbohydrate counting for insulin bolus calculation in children with pump therapy. Pediatric Diabetes 2012; 13: 540–544
[6] Optimized Mealtime Insulin Dosing for Fat and Protein in Type 1 Diabetes: Application of a Model-Based Approach to Derive Insulin Doses for Open-Loop Diabetes Management Diabetes Care 2016; 39:1631–1634

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Cos’è preferibile mangiare per prevenire ipoglicemie notturne?

Riceviamo e pubblichiamo la domanda posta da M., alla ricerca di alimenti che possono aiutare a prevenire le ipoglicemie notturne.

In multiiniettiva, prima di andare a dormire, si possono mangiare delle proteine per avere un sostegno durante la notte e avere un contrasto alla Lantus contro eventuali ipoglicemie notturne. Mi domandavo se in base a questo stesso principio, posso deliberatamente ingerire qualche grammo di grasso che parimenti alle proteine ha un effetto ritardato rispetto all’assunzione ma coprirebbe una fascia oraria ancora più lontana?
Se sì quale tipo di grasso è più usato o indicato a questo scopo?


LA DIETISTA RISPONDE

Una problematica molto diffusa, soprattutto nei bambini, è quella delle ipoglicemie che si verificano durante la notte.

Un accorgimento che permette di evitare l’abbassamento notturno della glicemia, prolungando, così, l’autonomia durante il digiuno, è quello di utilizzare l’amido di mais (o maizena): esso è un polisaccaride, o carboidrato complesso (costituito da catene più o meno ramificate di monosaccaridi uniti tra loro con legame glucosidico), perciò viene assorbito dall’apparato digerente lentamente e gradualmente.

L’indicazione migliore è quella di assumere la maizena tra mezz’ora e un’ora dalla fine della cena, può essere sciolta in acqua fredda, nel latte freddo o in uno yogurt, deve essere consumata rigorosamente cruda, perché la cottura renderebbe la digestione più rapida, eliminando, quindi, l’effetto ricercato. È meglio evitare, dunque, di scaldare anche il liquido/alimento, nel quale sciogliamo l’amido.

“Non somministrate insulina per la maizena, altrimenti il suo effetto viene annullato”

La quantità di maizena da assumere varia in base al peso corporeo, in questo caso può iniziare con 1 g di maizena per kg di peso, fino ad arrivare a 1,5 g per kg di peso.

Questo stratagemma può rivelarsi molto utile anche in caso di ipoglicemie tardive dovute all’attività fisica: quando pratichiamo attività fisica, infatti, il muscolo consuma il glicogeno (un polisaccaride) in esso immagazzinato; questa riserva viene, dunque, ripristinata in seguito all’attività fisica prelevando gli zuccheri per costruire il glicogeno direttamente dal sangue grazie all’insulina, abbassando, così, la glicemia.

Dott.ssa Claudia Maffoni

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Gestione del pasto: proteine animali vs proteine vegetali

Riceviamo e pubblichiamo la domanda posta da A.F. sulla gestione e l’assimilazione delle proteine nella persona  affetta da diabete di tipo 1.

Salve dott.ssa Maffoni,
sono diabetico di tipo 1 ed utilizzo il sensore FreeStyle Libre e Dexcom G4.
Utilizzo con successo la conta dei carboidrati e la mia domanda verte sulle differenze che noto nelle ore successive ad un pasto che contiene proteine. Grazie al sensore ho notato che le proteine animali mi “salgono” a circa 3 ore dal pasto e devo correggerle con un rapporto di 10:1 altrimenti la mia glicemia sale. Se il pasto contiene invece solo proteine vegetali, queste mi arrivano anche dopo 4 ore dal pasto e devo correggerle con un rapporto di 15:1. Se il mio pasto non contiene proteine o solo in minima parte (inferiori a 10 gr. per tutto il pasto ad esempio), non faccio alcun tipo di correzione e la glicemia rimane stabile.
Questa diversità di comportamento è dovuta al fatto che le proteine vegetali sono in effetti migliori rispetto a quelle animali oppure è legata alla loro composizione di amminoacidi ?
Per un diabetico di tipo 1 che (come nel mio caso senza alcun tipo di problemi al fegato e reni), volesse in particolar modo fare attività sportiva intensiva, che quantitativo in grammi di proteine/Kg di peso corporeo al giorno in totale è possibile ingerire?
Quando ero “normale”, ovvero prima dell’esordio, la mia dieta in fase di massa muscolare in palestra prevedeva anche 2 grammi di proteine (all’epoca pesavo 80 kg e ne ingerivo 160 grammi per i soli mesi di massa, circa 4). Adesso a causa del diabete ne peso 62 e voglio riprendere la massa muscolare persa.

Grazie per la sua disponibilità se vorrà rispondere ai miei dubbi e quesiti.
Cordialità,
A. F.


LA DIETISTA RISPONDE

Per il primo quesito, ossia la differenza tra proteine vegetali ed animali, una prima spiegazione risiede nel quantitativo di fibra associato agli alimenti che contengono proteine vegetali: la fibra, assente negli alimenti di origine animale, può rallentare l’assorbimento dei carboidrati e delle proteine del pasto, determinando così, l’effetto osservato da A., ovvero un aumento più moderato della glicemia ad almeno 4 ore dal pasto.

Un’altra spiegazione è legata alla digeribilità (termine tecnico per indicare la percentuale in cui gli aminoacidi di una proteina sono assorbiti nel tratto gastrointestinale): la digeribilità è più bassa negli alimenti di origine vegetale (soprattutto se non processati o minimamente processati), perché la presenza di cellule vegetali integre o di inibitori delle proteasi (gli enzimi che scindono le proteine in aminoacidi) può ostacolarne la digestione.

Le proteine sono, inoltre, trasformate per il 60% in carboidrati a 4-6 ore dal pasto; per questo motivo A. evidenzia la non necessità di correggere la glicemia se il pasto non contiene proteine (ricordiamo che, nel quotidiano, è, però, meglio assumere pasti completi, che contengano anche proteine).

Per ovviare a questa problematica, sono stati fatti dei tentativi di proporre il calcolo delle proteine assieme a quello dei carboidrati, ma, a oggi, esso non è ancora oggetto di raccomandazione per i pazienti con diabete per via della sua complessità e difficile applicabilità alla vita di tutti i giorni. Gli esperti si stanno interrogando su come sia possibile trasformare questa complessa pratica in semplici indicazioni adatte a tutti i pazienti.

Concludo la risposta al primo quesito ricordando che la differenza tra proteine animali e vegetali risiede nella composizione in aminoacidi: le proteine animali contengono tutti gli aminoacidi essenziali (che il nostro corpo non è in grado di produrre ma deve necessariamente introdurre dall’esterno), mentre quelle vegetali sono, in genere, carenti di almeno un aminoacido essenziale. Per questo motivo, le raccomandazioni suggeriscono di consumare più fonti nello stesso pasto di proteine vegetali, in modo da sopperire alla mancanza di aminoacidi essenziali, ad esempio pasta e fagioli, riso e piselli, polenta e lenticchie… (in termini tecnici si parla di “complementazione aminoacidica”).

Le attuali linee guida raccomandano per l’adulto (uomo e donna) un apporto giornaliero medio di 0,9 g/kg di proteine, fino ad un massimo di 1,1 g/kg, sottolineando che per coloro che praticano un’attività sportiva a livello “dilettantistico”, allenandosi 1-2 ore al giorno per 3-4 volte a settimana, è ampiamente sufficiente attenersi alle raccomandazioni della popolazione generale, senza particolari incrementi.

Nel caso di attività sportive esercitate con continuità (almeno 9-10 mesi all’anno), regolarità (5-7 giorni alla settimana, 2-3 ore per seduta) e buona intensità, si raccomanda un aumento dell’apporto proteico rispetto alla popolazione generale:

  • nel caso di prestazioni aerobiche di durata superiore a 60 minuti, l’apporto deve essere pari a 1,2-1,4 g/kg al giorno;
  • nel caso di prestazioni particolarmente intense e di durata superiore ai 90 minuti, il fabbisogno proteico è di poco maggiore, 1,2-1,7 g/kg al giorno, soprattutto nelle fasi di allenamento finalizzato all’incremento della forza.

Le linee guida riportano, inoltre: “Un apporto proteico pari a 1,6 g/kg/die (fino ad un massimo di 2 g/kg/die), ottenuto senza integratori o supplementi, è sufficiente a coprire le necessità proteiche degli atleti impegnati nelle specialità che richiedono grandi masse muscolari ed espressioni di forza. Questo deve essere associato ad un generoso apporto di carboidrati (55-60% dell’energia).
Le proteine di elevata qualità proteica (di origine animale) sono considerate più idonee a promuovere l’accrescimento della massa muscolare”.

Raccomando di rivolgersi ad esperti della nutrizione (dietisti, dietologi) prima di intraprendere qualsiasi modifica della propria alimentazione allo scopo di aumentare la massa muscolare tramite un’attività sportiva intensa.

Dott.ssa Claudia Maffoni

Bibliografia:
– LARN IV Revisione
– Kordonouri O, Hartmann R, Remus K, Bläsig S, Sadeghian E, Danne T, Benefit of supplementary fat plus protein counting as compared with conventional carbohydrate counting for insulin bolus calculation in children with pump therapy

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«È il caso di mangiare il dolce successivamente alla pizza?»

Riceviamo e pubblichiamo il quesito posto da I., la mamma di un bimbo affetto da diabete di tipo 1, che si chiede se sia il caso di abbinare un dolce alla pizza.

Buongiorno,
domani sera mio figlio avrà una cena di classe in pizzeria. Tutti avranno pizza più dolce, quindi non so se consigliare a mio figlio di rinunciare al dolce, o se può darmi lei un suggerimento. Solitamente la pizza la gestiamo abbastanza bene non riscontriamo un aumento di glicemia con bolo esteso più una basale pizza aumentata di due ore dalle 22-02 circa. Di solito la sera do 100 grammi di carboidrati, quando mangia la pizza aggiungo una unità al bolo consigliato per 100 carboidrati, faccio bolo esteso 30% subito e il resto in due ore. Ma se aggiungo una fetta di torta temo una nottataccia infernale…. Potrebbe consigliarmi?
Grazie anticipatamente.


LA DIETISTA RISPONDE

In questa situazione mi sento di consigliare di permettere di prendere anche il dolce (é pur sempre un momento di festa, che non capita tutti i giorni) e di impostare un bolo apposito per i carboidrati stimati nel dolce scelto (il vantaggio è che le porzioni dei ristoranti/pizzerie sono sempre simili).
Ricordiamoci, inoltre, che l’errore è sempre rimediabile, correggendo con insulina o zucchero a seconda dell’errore di stima fatto. Per scrupolo, potete fare una glicemia in più a 4-5 ore dal pasto, per verificarne l’andamento.
Inoltre, se con la pizza siete già tarati bene, non dovrebbero esserci grandi ricadute sulla glicemia per via del dolce.

Ringrazio per questa risposta il contributo del Dott. Trettene dell’Ospedale del Ponte di Varese, che ha dato il suo parere medico.

Dott.ssa Claudia Maffoni

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I consigli della dietista

“È iniziato tutto con un campo per bambini diabetici, quando mi dovevo ancora laureare”. Da lì in poi, l’attività professionale della dottoressa Claudia Maffoni è stata principalmente legata a questa patologia. Dopo la laurea, con una tesi legata sempre al diabete, ha lavorato come dietista presso l’Ambulatorio di Diabetologia dell’Ospedale Filippo del Ponte di Varese. “Successivamente mi sono trasferita in Germania e poi in Svizzera perché, oltre alla lingua, mi interessa molto conoscere anche l’esperienza di questi paesi nella gestione del diabete”. Prima ha collaborato con il Centro Diabetologico a Schopfheim (Germania) e attualmente con la Società Svizzera del Diabete a Basilea (Svizzera). La dottoressa Claudia Maffoni insegna principalmente il conteggio dei carboidrati, sia tramite attività di gruppo, sia per mezzo di percorsi individualizzati, e in generale si occupa di sana alimentazione di adulti e bambini. 

II contributo che darà a Deebee riguarderà il legame tra alimentazione e salute.

Per consigli o chiarimenti sull’alimentazione legata al diabete scrivete nei commenti oppure, se preferite, spedite un’email a info@deebee.it. Sarà nostra premura inoltrare le vostre domande.

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Che dieta deve seguire una persona con diabete?

Dal 1921 (anno di scoperta ed utilizzo dell’insulina come terapia del Diabete Mellito di tipo 1), ci sono stati numerosi tentativi di migliorare il controllo metabolico del diabete tramite l’alimentazione: inizialmente riducendo la quota di carboidrati a circa il 20% dell’energia giornaliera, successivamente mantenendone fissa la quantità per ogni pasto della giornata e, solo a partire dagli anni ’80, ai carboidrati è stato finalmente concesso di coprire il 60% della quota energetica quotidiana, con variazioni sulla base delle abitudini alimentari.

Le attuali raccomandazioni1 non forniscono evidenze che suggeriscano l’utilità di diete a basso contenuto di carboidrati nelle persone con diabete. Esse raccomandano l’assunzione di cibi ricchi in fibre a basso indice glicemico, un adeguato consumo di frutta e verdura e non ritengono utile l’acquisto di alimenti dietetici per diabetici.

Quindi come si struttura la piramide alimentare per una persona con diabete?
Esattamente come quella del resto della popolazione! 2

piramide diabete

Se ci riferiamo all’energia giornaliera:
i carboidrati devono fornire il 55-60% della quota energetica (più della metà!),
– i lipidi (o grassi) il 25-30%,
– le proteine il 10-12%.

Ciò significa che i carboidrati, così come proteine e lipidi, devono essere presenti ai pasti principali: colazione, pranzo e cena.
I carboidrati non sono, però, tutti uguali: esistono carboidrati semplici e complessi.

I CARBOIDRATI

I carboidrati semplici sono assorbiti rapidamente, nel primo tratto dell’apparato digerente, arrivando, così, nel circolo sanguigno in circa 15 minuti. Sono contenuti nella frutta, nei dolci, nelle bibite non light, negli alimenti contenenti zucchero.
I carboidrati complessi richiedono una più lunga digestione, che prevede una scissione dei carboidrati complessi in singole unità (i carboidrati semplici). Essi vengono assorbiti nell’arco di un paio d’ore, in maniera graduale. Ancora meglio se provengono da cereali integrali: in questo caso la fibra ne rallenterà ulteriormente l’assorbimento ritardando lo svuotamento gastrico.

  • Carboidrati semplici: sono utili in caso di ipoglicemia
  • Carboidrati complessi: aiutano a mantenere un adeguato livello glicemico più a lungo nel tempo

La loro funzione nella gestione del diabete è, quindi, differente: i carboidrati semplici sono utili in caso di ipoglicemia, mentre i carboidrati complessi aiutano a mantenere un adeguato livello glicemico più a lungo nel tempo. Questi ultimi costituiranno, dunque, la maggior parte dei carboidrati che è consigliato introdurre (almeno il 50% dell’energia quotidiana). Essi si trovano nella pasta, nel pane, nel riso, nelle patate e nei cereali in generale, come orzo, farro e mais.

I GRASSI E LE PROTEINE

I lipidi, che si trovano nel terzo gradino dal basso della piramide alimentare, permettono l’assorbimento di alcune vitamine, dette liposolubili, e, ancora una volta, possono influire sulla glicemia: essi ritardano lo svuotamento dello stomaco e rallentano l’assorbimento dei carboidrati assunti nel medesimo pasto. Per questo motivo i piatti molto conditi possono determinare una glicemia alta a diverse ore dal pasto! È importante non escludere i lipidi dall’alimentazione, in quanto svolgono importanti funzioni vitali e sono coinvolti nella struttura delle membrane cellulari, oltre che nella sintesi degli ormoni.

Le proteine sono contenute nelle pietanze come carne, pesce, uova, formaggi e legumi. Ebbene sì, piselli, fagioli, lenticchie e ceci contengono una quota di carboidrati, ma anche una quota di proteine. Abbinati ad una fonte di carboidrati complessi costituiscono un piatto unico ad alto valore nutrizionale, che sazia e mantiene la glicemia costante per alcune ore.
Le proteine, a 4 ore dal pasto, sono trasformate per circa la metà della loro quantità in carboidrati. Dunque non è indicato non somministrare insulina se il pasto contiene solo proteine e non contiene carboidrati, perché la glicemia salirebbe nell’arco di alcune ore.

LA GIORNATA ALIMENTARE

La giornata alimentare dovrebbe, perciò, essere così strutturata:

  • a colazione una fonte di carboidrati complessi (pane, fette biscottate, cereali), una di proteine e lipidi (latte o yogurt) e vitamine e sali minerali (spremuta o frutta);
  • a pranzo e a cena una fonte di carboidrati complessi (pasta o riso o patate ad esempio), una di proteine (carne, pesce, legumi..), una fonte di lipidi (olio), verdura e frutta che contengono vitamine e sali minerali.

Non esiste una raccomandazione per gli spuntini, tuttavia essi possono essere utili nel ridurre il periodo di digiuno tra un pasto e l’altro, per arrivare, così, meno affamati al pasto successivo. Alcuni esempi di spuntini sono frutta, yogurt, crackers, tè e biscotti, una barretta di cereali o una fetta di torta fatta in casa.

Un ultimo consiglio, forse il più importante, è quello di variare il più possibile le scelte alimentari: in questo modo non solo si garantirà l’apporto calorico di tutti i nutrienti (ad esempio, non tutte le verdure contengono gli stessi nutrienti), ma si evita anche il rischio di eccessi (ad esempio di lipidi saturi se viene variato il tipo di carne consumata).
La piramide alimentare include, infatti, tutti gli alimenti, senza eccezioni, purché assunti con le corrette frequenze di consumo.

1 Standard italiani per la cura del diabete mellito 2016, AMD-SID
2 Doppia piramide 2015, Barilla Center for Food & Nutrition

Dott.ssa Claudia Maffoni

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