Archivi tag: Luisa Codeluppi

Dopo una vita insieme

Ogni tanto me lo chiedo quanto di lui c’è in me. E me lo chiedo di più adesso, dopo una vita insieme, perché nel primo periodo era più facile discernere le due anime.
Oggi mi sono chiesta quanto c’era di lui nella mia voce alterata di ieri, quando tentavo di giocare con mia nipote, con la glicemia a 250. Quanto di me c’era in quel tono nervoso, e quanto di lui.
Nel sonno passato a 360 -dopo il furto del computer- so che lui ha prevalso, c’era poco di me in quella notte, forse nella mia stessa stanchezza io c’ entravo poco, e nella mancanza di sogni.
Non so quanto ci sia di lui o di me nel godere in modo paradisiaco di certi cibi, so che c’è tanto di lui nel non mangiarne più alcuni.
Credo ci sia molto di lui in alcuni esasperati momenti di tilt, quando la somma dei problemi quotidiani è appesantita dal dovermi occupare di lui senza successo.
Credo ci siamo entrambi anche nei momenti di benessere. Nel mio abbandonarmi a questi istanti senza domande e senza difese.
Mi piacerebbe pensare che ci sono solo e soltanto io nella mia capacità di essere felice di poco, nello stare completamente bene per una passeggiata a cielo sereno. Ma so che non è così. Mi spiace ammetterlo, ma c’è lui anche in questo.

lu

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Particolari

C’è chi in questa vita si può permettere di essere superficiale. Di galleggiare, di non mettere la testa sotto. Non è un merito né un demerito, si tratta di una condizione data.
Un diabetico di tipo 1, a mio parere, non ha questa possibilità. Il suo sguardo deve perforare le cose e deve contemporaneamente essere sempre rivolto all’interno, perché i particolari sono l’essenziale.
Ieri sera il mio maestro di spinning era assente, dunque un altro l’ha sostituito. Un altro modo di lavorare, più intenso. Un altro modo di far muovere i muscoli. Forse qualcuno si è accorto della differenza perché questo sorrideva meno, qualcun altro perché si è ritrovato più sudato.
Dentro di me se ne sono accorte tutte le cellule di tutti gli organi di tutto il corpo e tutti i neuroni di tutti i grovigli di tutto il cervello. Questo particolare si è tradotto in ore notturne di ipo infinita. Una catena temporale di istanti affamati e urgenti che stamattina mi ha fatto aprire gli occhi sul giorno con un mal di testa pungente.
È stato solo un particolare, e sono i particolari che ci fregano. Stamattina il lavoro consisterà nel cogliere le sfumature di un corpo carente di sonno, nell’avvertire le impercettibili reazioni del mio sangue alla stanchezza del giorno. Per adeguare eventualmente unità sforzi e zuccheri.
Un lavoro di cesello.
E allora, prontaa, partenzaa- sguardo dentro testa sotto – viaa!!

particolari_lu

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Sui pedali

Il mio maestro di spinning è un uomo semplice. Alto, ottimista e semplice.
Testa rotonda e pelata. Lineamenti puliti. Bello, per chi ama la simmetria.
Ci dice:
“Avanti con forza!”
“Potenza e vigore!”
“Calma e determinazione!”
Ci chiede continuamente: “Tutto bene?”
Ci dice: “Siete grandi!” “Siete fantastici!” e sorride di un sorriso ampio e soddisfatto.
Se l’allenamento è stato più duro del solito trattiene a stento un grido di gioia. Ci ama, quando pensa che amiamo ciò che lui ama.
Sa che ho il diabete 1. Ogni tanto mi scruta.
Alla fine mi chiede: “Tutto bene?” oppure: “Ne hai tratto beneficio?” in attesa di sentirmi dire che la bici risolve tutti i miei problemi. Che aggiusta la glicemia. Normalizza gli zuccheri e alleggerisce le spalle.
Perché le cose semplici vanno così.
Rimane deluso quando gli dico che sto a 250. E la volta dopo a 70. E quella dopo ancora a 7×8 +60 -1/3 di Y.
Per un istante lo vedo interdetto. Scosso. La sua forma mentis non contempla l’imprevisto.
Pensa in modo consequenziale e secondo lui, dopo una bella lezione, dovrei stare a CENTO. Io non vorrei infrangere la sua linearità. Ma il diabete, il mio, non è consequenziale né lineare.
Mi piange il cuore, quando a volte si avvicina a fine lezione saltellando, con un guizzo negli occhi, per vedere il mio sensore.
Se avessi un’altra malattia magari potrei dargli più soddisfazione. Ma ho questa.
La prossima volta credo che assieme al numero gli darò una pacca sulla spalla o un buffetto consolatorio.
Ce la puoi fare, maestro, va quasi tutto bene.

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Domenica

È domenica, probabilmente.
Ho passato tutta la notte con la glicemia a 350.
La mattina mi batte le tempie in testa. Ho la faccia gonfia di chi ha passato una notte brava.
Un amico poeta mi augura buona domenica.
La pancia borbotta, che adesso non posso fare colazione.
Un post che sembra una farfalla elogia il divertimento. Anche secondo me il divertimento è sacro.
Attendo che l’insulina faccia il suo dovere.
L’oroscopo di Paolo Fox mi dice che sono in piena forma. Ma attenzione, che dura poco.
Un’amica diabetica scrive che il diabete fa star male.
Ci sono persone che bisognerebbe abbracciare.
Cammino, che camminare è la mia medicina.
Guardo in alto questo non sole.
Scendo lo sguardo alla bellezza di certi rami decorati.
È domenica, probabilmente.
E qualcuno ha ragione.
Un vecchietto mi saluta con un sorriso.
Probabilmente ha ragione lui.

domenica_lu

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Non corrispondenza

I giorni di “non corrispondenza” sono i più difficili.
Magari passi la giornata a 300, perché, dopo una vita di iniezioni, il tuo corpo non assorbe più.
O perché gli ormoni della tua esistenza ansiosa bloccano l’attività dell’insulina nei meandri oscuri delle viscere.
Magari passi la notte successiva in ipoglicemia, perché gli ormoni si sono zittiti, perché i muscoli si sono rilassati, perché la notte porta il consiglio sbagliato.
E la mattina ti trovi spaesato e sfinito di fronte a una giornata che si erge come una vetta da scalare.
E magari ancora, anche quella giornata è vissuta in iperglicemia, perchè sei, semplicemente, troppo stanco.
Non si tratta di dolore fisico, o mentale.
Si tratta di muoversi nella non corrispondenza.
Il viso che pare rilassato mentre dentro il corpo si lamenta.
Il lavoro che richiede la tua presenza, mentre la necessità ti strappa energie per cercare di stare in piedi.
Il mondo che ti parla dell’inessenziale, mentre devi ascoltare i messaggi assertivi che arrivano da dentro.
La vita che richiede risposte mentre ogni parola costa sforzo.
Una non corrispondenza che sa di menzogna.
Una non corrispondenza tra te stesso e un te stesso che non sei tu.
I giorni di non corrispondenza sono i più difficili.
E per superarli devi convincerti che il non perdersi vale sempre la pena.

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Zitti!

Da quanto ho capito in questi trentun anni, funziona più o meno così.
Tu ti fai il mazzo per trovare un equilibrio alimentare tra proposte e possibilità, calcoli e avvelenamenti, giusto? un equilibrio difficile, sempre in bilico… e magari sei proprio in una fase in cui è difficile trattenersi. E sai che non sei più attenta come eri in passato. Mangi una cosa e paghi, cedi a quell’altra e paghi.
Ti giustifichi col fatto che che in questo momento soddisfare la tua golosità alimenta, allo stesso tempo, il tuo benessere psicologico. Tieni a freno i sensi di colpa per il fatto di esserti imbottito d’insulina e, nonostante ciò, di viaggiare a 300. E funziona che proprio quando ti sei dato delle ragioni interviene tua madre: “Sei troppo magra, mangia di più!” o tua sorella: “secondo me il diabete non c’entra, sei maniaca!” o l’altra sorella “evidentemente non fai l’insulina giusta!” o l’esperto di turno: “Bevi troppo latte!” o il medico “Dovresti prendere integratori” o l’altro “Dovresti togliere gli integratori”.
Oppure il mondo, col suo associare costantemente la convialità al cibo.
E funziona che tu magari già di tuo sei in crisi.
E tutto questo cibo ti attrae.
E la teoria ti dice che con i giusti calcoli e la giusta insulina puoi mangiare tutto.
E la realtà ti palesa che con i giusti calcoli e la giusta insulina una volta voli in iperglicemia e ci rimani impiccato per ore, una volta vai in ipo e un’altra volta dipende dal tiro di dadi.
Succede che a volte ti stufi di tutte le interferenze. Vorresti combattere la tua battaglia, raccogliere le forze, senza dover scavalcare continuamente gli ostacoli frapposti dall’esterno.
Succede che a volte vorresti, semplicemente, rispetto.
Succede che a volte vorresti che prima di parlare chiunque ti prendesse il peso dalle spalle per caricarselo per un po’ sulle sue. Che con questo peso ci facesse due passi, ci trascorresse la notte, ci mangiasse un panino.
Che forse dopo avrebbe più silenzio da dire.

zitti

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Metafore

Stamattina esco di casa e mi sorprende un incredibile strato di ghiaccio che ricopre tutte le cose. Arrivo alla macchina sorvegliando i passi, cercando l’equilibrio, guardando bene davanti a me, prudente.
Comincio a darmi da fare per liberare i vetri dal ghiaccio, spruzzo il liquido apposito, cerco di grattare via lo strato con la palettina, faccio dentro e fuori la macchina per vedere di partire. Perdo tempo. Il naso gocciola e le dita non le sento più.
Ecco mi è venuto in mente questo, se qualcuno non sa come spiegare cosa sia vivere col diabete di tipo 1 potrebbe usare la metafora del ghiaccio. La strada anche ghiacciata può essere bellissima, e alla meta ci arriviamo, ma il percorso è tutto un patteggiare di sensi e di ragione difficile da raccontare.
Sul ghiaccio è più facile cadere, qualche volta farsi male, e chi impara a rialzarsi ogni volta, secondo me, è un acrobata di un certo valore.

metafore

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Caro Babbo Natale….

Caro Babbo Natale. Quest’ anno non ti scriverò. A parte i primi anni di vita, in cui mi sono rivolta a te per i motivi più disparati (bambole di stoffa, passeggini, borsette con i lustrini…) per i successivi 31 anni ti ho disturbato per chiederti, su per giù, la stessa cosa.
Non mi pare tu mi abbia accontentata, ecco.
Dunque quest’anno “passo”.
E non ti offendere se ti ignoro. Che non è un fatto personale.
Non ti chiederò sensori glicemici, che tanto c’ho i miei angeli terreni.
Non ti chiederò glicemie migliori: con glicemie di merda c’ ho vissuto tutti i momenti migliori della mia vita e ho imparato a filtrare solo il bello degli eventi.
Non ti chiederò la forza per affrontare le bizze di questa malattia. La forza me la sono forgiata con gli anni e gli insuccessi. E ora non mi abbatte neanche un carrarmato sui piedi.
Non ti chiedo neanche la cura, che a quella ci pensano i ricercatori.
Quando e se.
Se no andrò avanti per la mia strada, raccogliendo ammaccature e fiori nascosti.
Tu stai pur dove sei. Nella casetta, con le renne, coi tuoi chili di troppo.
Non ti preoccupare per me,
che finché avrò la mia scrittura, non avrò bisogno di altro.
Abbi cura di te.
Alla prossima, Lu.

babbo_lu

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Amori al plurale

Ero diventata diabetica da pochi mesi e mi trovavo con mia madre a casa di una cara zia. La zia a un certo punto, distogliendo gli occhi imbarazzata, me la buttò lì: “Meglio non dire che hai diabete, che la gente non capisce…” Mia madre drizzò le antenne e intervenne: ” Ma cosa dici! Il diabete non è mica una colpa da nascondere!”. Dovetti comprendere per la prima volta in quel momento che ci dovevano essere diversi modi per vivere la mia malattia. L’amore di mia madre era indiscusso, ma anche la zia provava affetto nei miei confronti. Sapendo che i dolci mi facevano schizzare la glicemia e che mi piaceva la frutta secca ai pasti in famiglia mi seppelliva di noci mandorle arachidi, arrivava con sacchettoni rigonfi, tutti per me e contemporaneamente al posto delle carni lavorate e succulente che cucinava per gli altri mi riempiva il piatto con pezzi di gallina lessa. Preparava montagne di dolci e a me somministrava una coppetta di macedonia di fragole senza zucchero. Mi imbottivo di frutta secca subendo devastanti impennate glicemiche ritardate e contemporaneamente rifiutavo ostile e ferita i piatti sciapiti a me destinati. In quelle occasioni a volte la glicemia saliva talmente tanto da farmi barcollare e a quel punto lei mi trovava la soluzione ad hoc: “Fai due o tre volte le scale di corsa!”. Tentavo di spiegarle che non funzionava esattamente così e a quel punto taceva scorata, cercando con gli occhi qualcosa da fare. Riproponeva le stesse modalità nell’occasione successiva.
La zia mi offriva oltre al suo bellissimo impotente sguardo azzurro una visione stereotipata della malattia, delle pericolose chiavi discriminatorie e un buon pacchetto di soluzioni superficiali e affrettate.
Me lo sono chiesta qualche volta, come sarebbe stato il mio percorso di vita se fossi stata figlia sua.
E ho ragionato 1000 volte di come questa nostra pretenziosa patologia ci obblighi a non accontentarci del farci “voler bene”, ma ci richieda, per salvarci corpo e mente, di farci amare nel modo giusto.

luisa_cuore

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Nel mondo

Ci sono tutte queste donnine e questi omini, in tutte le parti del mondo. Camminano al mattino, ai piedi le scarpe da ginnastica di tutte le marche del mondo. Quando si incontrano si fanno un cenno con la mano. Oppure no. Proseguono facendo finta di non essersi riconosciuti.
Quando mangiano si fermano un istante. Guardano il cibo e cercano soluzioni in frazioni di secondi impercettibili ai più. Agiscono. Poi mangiano chiedendosi “chissà!”.
Quando dormono vengono svegliati da strani allarmi, o dall’urlo del loro corpo: si iniettano qualcosa oppure ingurgitano zuccheri. Tirano accidenti in tutte le lingue del mondo.
A volte, di fronte a un numero sotto i 200 sorridono con un unico sorriso, uguale in ogni parte del mondo.
A volte piangono, sulla faccia o nella pancia, senza raccontare il perché. A volte vincono e gioiscono, senza rivelare come.
Lavorano e amano e si divertono stringendo nelle mani un segreto.

(In questa personale panoramica non compaiono i ragazzini, e i bambini.
Perché la bambina che sono stata lì dentro non sarebbe voluta comparire. Aveva troppe cose da capire e troppi sogni da esaudire e la sua poesia se la sarebbe scritta da sola.)

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