Archivi tag: Luisa Codeluppi

Abiti

“Tra 5 anni il diabete sarà sconfitto.”
“Tra 10 anni il diabete sarà un ricordo.”
“Tra tre/quattro anni i malati di diabete giovanile saranno guariti.”
In una mano la speranza, nell’altra la disillusione, negli occhi la certezza, nel cuore la delusione.
Mi guardo indietro e mi accorgo che, nel frattempo, è passata una vita.
E se è vero che è una sola, certe esperienze, -senza diabete- non potrò viverle mai.
Il primo bacio l’ho dato con la glicemia alta in bocca.
Non vivrò mai un primo bacio meno amaro.
La discoteca l’ho vissuta con l’insulina in borsa.
Non vivrò mai una notte bianca senza adrenalina ad avvelenare il sangue.
Le prime pizze con gli amici le ho digerite a lacrime salate, con il niente per domarla che avevo in mano.
Non mangerò mai una pizza adolescente senza strascichi cattivi.
Non vivrò mai una lode alla tesi di laurea con la glicemia a 80.
Non ci sarà un’altra ‘prima volta’, un primo giorno di lavoro, un primo viaggio, senza un’ombra di fianco.
Perché, nel frattempo, è passata una vita.
E se è vero che la vita è una sola, mi dovrò accontentare di averla vissuta, fin qui, Preziosa, Profonda e Piena.
L’ aggettivo “Leggera” la mia vita lo indossa, invece,  come un abito fuori misura.
Un bel vestito nuovo che conviene regalare.

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Di lato

Oggi è una di ‘quelle giornate’.
Di quelle difficili da raccontare.
Assolutamente impossibili da capire.
Da più di 20 ore trascino le ore come fossero un peso sulla testa.
Continuo a farmi insulina, perché la razionalità va a braccetto con l’illusione: la razionalità mi dice che l’insulina farà abbassare questa glicemia impossibile, l’illusione me ne vuole convincere.
Le ore passano lente, i minuti della notte e del giorno scanditi dal suono nervoso dell’ allarme del sensore.
Come fare a raccontare che il trillo del sensore è molto più cattivo del pizzico di un ago, più traumatico della sveglia del mattino, più logorante dell’acido su una pietra… che è un suono che ha il sapore della bocca impastata e lo spessore dell’ energia evaporata?
Che è tutt’uno la parte più logora di me?
Le ore passano lente e io continuo a fare insulina.
La razionalità va a braccetto con l’ illusione.
Oggi è una di quelle giornate in cui la realtà è meglio spostarla di lato.

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Notti qui

“Certe notti”, canta Ligabue, “certe notti qui”.
Sposti pensieri, muovi le gambe, conti le pecore, prendi le gocce. Ascolti il ticchettio della sveglia. Ti alzi, bevi. Ti addormenti dopo due ore.
“Certe notti”.
PE PE PEEE!!! il tuo amico ti risveglia: non è tempo di dormire, è tempo di correggere. Hai ancora le palpebre a metà che già fissi la freccia verticale in su del tuo sensore: 200 in salita obliqua. Correggi immediatamente. Spengo, mi giro, mi rigiro. Compongo pensieri positivi, un bell’ albero pieno di rami contorti, -come dice una collega-. Cerco di tenere gli occhi serrati e seguo i rami. Per poco. Ci mollo subito.
Mi alzo, vado in bagno. Guardo il sensore: niente più freccia verticale, il valore già stabile. Porca pu@@@a, e la correzione? Nel dubbio mi riaddormento. Sogno qualcosa, una stanza, degli alunni che mi chiedono di spostare una pila di fogli, due gemelli dalla testa grossa.
“Certe notti qui”.
PI PI PIII! Strappo il sogno a metà.
Non è tempo di dormire: è tempo di correggere. Sto a 80 con la freccia in giù. Succo. Non lo bevo, lo trangugio.
Appoggio la testa sul cuscino, ascolto il cuore, in attesa che si plachi. Una botta di pensieri negativi neanche fossi ostaggio dell’Isis. Riaccendo.
Questa notte non “mi tiene tra le sue braccia un po’ mamma un po’ porca com’è”, questa notte mi dà sberle, diabetica com’è.
Prendo il cellulare, con gli uccellini che chiacchierano sopra la mia testa, saluto Il mattino scrivendo un post: “certe notti bussi alla porta di chi è come te”.

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Oceani

Ti vedo che muovi le labbra. Vedi, ti seguo. Mi stai parlando del traffico di stamattina. Dell’incrocio sulla statale. Solo dei cretini potevano pensare di fare una rotonda in quel punto. Dico di sì, proprio così, infatti.
Ho appena bevuto un succo, e prima un budino liquido e prima una coca-cola. Stamattina va così.
Ti guardo le labbra. Il presente è la tua strada e la macchina davanti a te, che andava ai 40
Il presente sono le mie gambe che sento molli, che sento sparire, dal ginocchio in giù.
Il futuro è la lezione che inizieremo tra poco, il futuro è questo cuore che non smette di battermi in gola, velocissimo, urgente.
Il presente è questa stanza le sedie le voci i corpi.
Il presente è il mio bisogno di sedermi di appoggiare la testa di chiudere gli occhi di chiudere tutto. Solamente, di aspettare.
Ti vedo che muovi le labbra e sento la tua attesa, verso di me. Perché ho il vestitino elegante il sorriso le labbra rosse, perché sicuramente avrò da dire e da dare. E la mia pelle cerca di dire e cerca di dare mentre l’anima mi tiene stretta trattenendo anche il respiro.
E dal mio tempo sospeso vedo le tue labbra che si muovono.
La strada trafficata tu l’hai già attraversata mentre io devo superare questo oceano.

ti vedo

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Dopo una vita insieme

Ogni tanto me lo chiedo quanto di lui c’è in me. E me lo chiedo di più adesso, dopo una vita insieme, perché nel primo periodo era più facile discernere le due anime.
Oggi mi sono chiesta quanto c’era di lui nella mia voce alterata di ieri, quando tentavo di giocare con mia nipote, con la glicemia a 250. Quanto di me c’era in quel tono nervoso, e quanto di lui.
Nel sonno passato a 360 -dopo il furto del computer- so che lui ha prevalso, c’era poco di me in quella notte, forse nella mia stessa stanchezza io c’ entravo poco, e nella mancanza di sogni.
Non so quanto ci sia di lui o di me nel godere in modo paradisiaco di certi cibi, so che c’è tanto di lui nel non mangiarne più alcuni.
Credo ci sia molto di lui in alcuni esasperati momenti di tilt, quando la somma dei problemi quotidiani è appesantita dal dovermi occupare di lui senza successo.
Credo ci siamo entrambi anche nei momenti di benessere. Nel mio abbandonarmi a questi istanti senza domande e senza difese.
Mi piacerebbe pensare che ci sono solo e soltanto io nella mia capacità di essere felice di poco, nello stare completamente bene per una passeggiata a cielo sereno. Ma so che non è così. Mi spiace ammetterlo, ma c’è lui anche in questo.

lu

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Particolari

C’è chi in questa vita si può permettere di essere superficiale. Di galleggiare, di non mettere la testa sotto. Non è un merito né un demerito, si tratta di una condizione data.
Un diabetico di tipo 1, a mio parere, non ha questa possibilità. Il suo sguardo deve perforare le cose e deve contemporaneamente essere sempre rivolto all’interno, perché i particolari sono l’essenziale.
Ieri sera il mio maestro di spinning era assente, dunque un altro l’ha sostituito. Un altro modo di lavorare, più intenso. Un altro modo di far muovere i muscoli. Forse qualcuno si è accorto della differenza perché questo sorrideva meno, qualcun altro perché si è ritrovato più sudato.
Dentro di me se ne sono accorte tutte le cellule di tutti gli organi di tutto il corpo e tutti i neuroni di tutti i grovigli di tutto il cervello. Questo particolare si è tradotto in ore notturne di ipo infinita. Una catena temporale di istanti affamati e urgenti che stamattina mi ha fatto aprire gli occhi sul giorno con un mal di testa pungente.
È stato solo un particolare, e sono i particolari che ci fregano. Stamattina il lavoro consisterà nel cogliere le sfumature di un corpo carente di sonno, nell’avvertire le impercettibili reazioni del mio sangue alla stanchezza del giorno. Per adeguare eventualmente unità sforzi e zuccheri.
Un lavoro di cesello.
E allora, prontaa, partenzaa- sguardo dentro testa sotto – viaa!!

particolari_lu

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Sui pedali

Il mio maestro di spinning è un uomo semplice. Alto, ottimista e semplice.
Testa rotonda e pelata. Lineamenti puliti. Bello, per chi ama la simmetria.
Ci dice:
“Avanti con forza!”
“Potenza e vigore!”
“Calma e determinazione!”
Ci chiede continuamente: “Tutto bene?”
Ci dice: “Siete grandi!” “Siete fantastici!” e sorride di un sorriso ampio e soddisfatto.
Se l’allenamento è stato più duro del solito trattiene a stento un grido di gioia. Ci ama, quando pensa che amiamo ciò che lui ama.
Sa che ho il diabete 1. Ogni tanto mi scruta.
Alla fine mi chiede: “Tutto bene?” oppure: “Ne hai tratto beneficio?” in attesa di sentirmi dire che la bici risolve tutti i miei problemi. Che aggiusta la glicemia. Normalizza gli zuccheri e alleggerisce le spalle.
Perché le cose semplici vanno così.
Rimane deluso quando gli dico che sto a 250. E la volta dopo a 70. E quella dopo ancora a 7×8 +60 -1/3 di Y.
Per un istante lo vedo interdetto. Scosso. La sua forma mentis non contempla l’imprevisto.
Pensa in modo consequenziale e secondo lui, dopo una bella lezione, dovrei stare a CENTO. Io non vorrei infrangere la sua linearità. Ma il diabete, il mio, non è consequenziale né lineare.
Mi piange il cuore, quando a volte si avvicina a fine lezione saltellando, con un guizzo negli occhi, per vedere il mio sensore.
Se avessi un’altra malattia magari potrei dargli più soddisfazione. Ma ho questa.
La prossima volta credo che assieme al numero gli darò una pacca sulla spalla o un buffetto consolatorio.
Ce la puoi fare, maestro, va quasi tutto bene.

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Domenica

È domenica, probabilmente.
Ho passato tutta la notte con la glicemia a 350.
La mattina mi batte le tempie in testa. Ho la faccia gonfia di chi ha passato una notte brava.
Un amico poeta mi augura buona domenica.
La pancia borbotta, che adesso non posso fare colazione.
Un post che sembra una farfalla elogia il divertimento. Anche secondo me il divertimento è sacro.
Attendo che l’insulina faccia il suo dovere.
L’oroscopo di Paolo Fox mi dice che sono in piena forma. Ma attenzione, che dura poco.
Un’amica diabetica scrive che il diabete fa star male.
Ci sono persone che bisognerebbe abbracciare.
Cammino, che camminare è la mia medicina.
Guardo in alto questo non sole.
Scendo lo sguardo alla bellezza di certi rami decorati.
È domenica, probabilmente.
E qualcuno ha ragione.
Un vecchietto mi saluta con un sorriso.
Probabilmente ha ragione lui.

domenica_lu

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Non corrispondenza

I giorni di “non corrispondenza” sono i più difficili.
Magari passi la giornata a 300, perché, dopo una vita di iniezioni, il tuo corpo non assorbe più.
O perché gli ormoni della tua esistenza ansiosa bloccano l’attività dell’insulina nei meandri oscuri delle viscere.
Magari passi la notte successiva in ipoglicemia, perché gli ormoni si sono zittiti, perché i muscoli si sono rilassati, perché la notte porta il consiglio sbagliato.
E la mattina ti trovi spaesato e sfinito di fronte a una giornata che si erge come una vetta da scalare.
E magari ancora, anche quella giornata è vissuta in iperglicemia, perchè sei, semplicemente, troppo stanco.
Non si tratta di dolore fisico, o mentale.
Si tratta di muoversi nella non corrispondenza.
Il viso che pare rilassato mentre dentro il corpo si lamenta.
Il lavoro che richiede la tua presenza, mentre la necessità ti strappa energie per cercare di stare in piedi.
Il mondo che ti parla dell’inessenziale, mentre devi ascoltare i messaggi assertivi che arrivano da dentro.
La vita che richiede risposte mentre ogni parola costa sforzo.
Una non corrispondenza che sa di menzogna.
Una non corrispondenza tra te stesso e un te stesso che non sei tu.
I giorni di non corrispondenza sono i più difficili.
E per superarli devi convincerti che il non perdersi vale sempre la pena.

luisa_07_02

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Zitti!

Da quanto ho capito in questi trentun anni, funziona più o meno così.
Tu ti fai il mazzo per trovare un equilibrio alimentare tra proposte e possibilità, calcoli e avvelenamenti, giusto? un equilibrio difficile, sempre in bilico… e magari sei proprio in una fase in cui è difficile trattenersi. E sai che non sei più attenta come eri in passato. Mangi una cosa e paghi, cedi a quell’altra e paghi.
Ti giustifichi col fatto che che in questo momento soddisfare la tua golosità alimenta, allo stesso tempo, il tuo benessere psicologico. Tieni a freno i sensi di colpa per il fatto di esserti imbottito d’insulina e, nonostante ciò, di viaggiare a 300. E funziona che proprio quando ti sei dato delle ragioni interviene tua madre: “Sei troppo magra, mangia di più!” o tua sorella: “secondo me il diabete non c’entra, sei maniaca!” o l’altra sorella “evidentemente non fai l’insulina giusta!” o l’esperto di turno: “Bevi troppo latte!” o il medico “Dovresti prendere integratori” o l’altro “Dovresti togliere gli integratori”.
Oppure il mondo, col suo associare costantemente la convialità al cibo.
E funziona che tu magari già di tuo sei in crisi.
E tutto questo cibo ti attrae.
E la teoria ti dice che con i giusti calcoli e la giusta insulina puoi mangiare tutto.
E la realtà ti palesa che con i giusti calcoli e la giusta insulina una volta voli in iperglicemia e ci rimani impiccato per ore, una volta vai in ipo e un’altra volta dipende dal tiro di dadi.
Succede che a volte ti stufi di tutte le interferenze. Vorresti combattere la tua battaglia, raccogliere le forze, senza dover scavalcare continuamente gli ostacoli frapposti dall’esterno.
Succede che a volte vorresti, semplicemente, rispetto.
Succede che a volte vorresti che prima di parlare chiunque ti prendesse il peso dalle spalle per caricarselo per un po’ sulle sue. Che con questo peso ci facesse due passi, ci trascorresse la notte, ci mangiasse un panino.
Che forse dopo avrebbe più silenzio da dire.

zitti

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