Tutti gli articoli di Martina Mazzoni

Spostare il set dal sederino al pancino: «Già fatto?»

Mia figlia ha quasi 4 anni e da 2 ha il diabete di Tipo 1. Usa il microinfusore, ma non riesco a convincerla a mettere il set sul pancino, cambiare zona rispetto al sederino. Che approccio mi consiglia di usare con una bimba di quest’età? Finora ho usati i premi ( caramelle, uovo Kinder). La ringrazio.


LA PSICOLOGA RISPONDE

Molti elementi possono portare al rifiuto di provare una zona diversa, quindi prima di procedere consiglio ai genitori di cercare di capire al meglio cosa disturba maggiormente la bambina. Essendo così piccola non escludo che ci possa essere una certa confusione anche per lei nel definire cosa non va nell’inserire l’infusore sulla pancia. È paura? È vergogna? C’è stata un’esperienza dolorosa? Tra i vari motivi, il rifiuto può venire dalla paura di provare dolore.

Partiamo quindi da una piccola grande domanda: cos’è il dolore?
L’esperienza del dolore è composta principalmente da due parti: una parte percettiva, che comprende la ricezione e il trasporto di segnali nervosi e una parte esperienziale, la parte “psichica” del dolore. Mentre la parte percettiva è pressoché immutabile, la componente psicologica del dolore può davvero fare la differenza, amplificando o diminuendo la percezione del dolore. Questa parte riguarda elementi come la paura (“quell’ago mi farà malissimo!”), la dimensione motivazionale, affettiva e cognitiva (“è un ago, quindi per definizione fa male”); tutti questi fattori sono in grado di modulare l’esperienza del dolore.
La mamma che mi ha posto la domanda ha già avuto una buona idea provando con i premi, appellandosi alla dimensione motivazionale prima citata e azionando in parte quella che in psicologia si chiama “token economy”: il bambino viene premiato per aver messo in atto dei comportamenti “virtuosi”, con qualcosa di piacevole, in questo caso dei dolci, ma può consistere in un giocattolo o altro. Il problema si presenta quando la paura del dolore ha la meglio sul desiderio di un premio, così che alla fine non c’è ovetto che tenga.
La mamma a questo punto, si può appellare ad altri modulatori del dolore, quindi all’aspetto della paura, puntando sulla gratificazione del coraggio della bambina. Un esempio di questo approccio è il “diploma di grande coraggio”, che viene dato da alcuni pediatri alla fine di una visita medica poco piacevole (parere personale: ha sempre un grande effetto!!). I genitori a questo punto possono anche pensare di decorarlo, personalizzarlo, renderlo comunque un attestato per ricordare un avvenimento importante e da festeggiare, perché è sempre importante festeggiare il coraggio.
Se questo non ha comunque presa sul bambino, c’è sempre la possibilità di fare leva su elementi affettivi, che rendano più amichevole il momento della puntura, utilizzando ad esempio stickers per l’infusore (li trovate sul sito “PimpmyDiabetes” o altri del nostro Beezar). Sono tantissimi, colorati e la pancia è un posto perfetto dove provarli e farli vedere agli amici (rispetto al sedere!).

Infine, facendo appello a fattori cognitivi della bambina, la mamma può mostrarle come per altre persone possa essere naturale e per niente doloroso mettersi l’infusore sulla pancia, alcuni di questi video si trovano facilmente su Youtube. I bambini prediligono questo tipo di apprendimento, teorizzato da Albert Bandura e chiamato “vicario”: è una forma di apprendimento sociale, che i bambini utilizzano più spesso di quanto si pensi. Si compone di 4 parti:
1. Attenzione: il bambino osserva attivamente ciò che sta avvenendo.
Questo può avvenire ad esempio mostrando un filmato, con un bambino come lei o poco più grande in cui si possa riconoscere.
2. Ritenzione: le informazioni rimangono in memoria attraverso parole o musiche.
In questi video spesso ci sono musiche che “ipnotizzano” grandi e piccini, il genitore può accompagnarli commentando positivamente (“vedi che non sente niente?” o “è stata proprio coraggiosa!”)
3. Produzione: il nuovo apprendimento viene messo a confronto con un apprendimento precedente e viene “ragionato” dal bambino.
Il genitore può invogliare il bambino a trovare dei vantaggi e dei punti a sfavore per cambiare sito di iniezione. Sicuramente non è un’operazione facile con una bambina così piccola, ma i genitori sono ancora un faro di conoscenze per i bambini a quell’età. Si fiderà di voi se vi vedrà sicuri di ciò che dite.
4. Motivazione: il bambino vede degli effetti positivi nel mettere in atto le nuove conoscenze.
A questo punto, se vi sentite sicuri, potete puntare su una prova, vedere se funziona e come funziona.

Nel caso specifico qui riportato, la bambina è molto piccola e il microinfusore è un oggetto che mette soggezione al bambino, ma anche ai genitori. In queste situazioni di paura, il bambino sviluppa un sesto senso, quasi un istinto, quello di “annusare” la paura del genitore. Siate tranquilli quindi, ricordatevi sempre che, se messa correttamente, la cannula provoca poco dolore. Infatti la lunghezza dell’ago è tale che entra nello strato dell’ipoderma, dove ci sono pochi recettori nervosi, tutti referenti delle vie lente del dolore. Questo significa che reagiscono poco agli stimoli acuti cioè di breve intensità, come la puntura di un ago.
Quindi un bel respiro, il microinfusore è uno strumento fantastico che diventerà un ottimo alleato per una bambina fantastica.

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Sull’adolescenza, pandemie, diabete ed altre catastrofi

Mi chiamo Franca e sono la mamma di un ragazzo di 16 che come tanti altri suoi coetanei sta passando le giornate chiuso in casa. A parte essere in apprensione come tanti altri, ho difficoltà a capire se per lui sia “suonato” qualche campanellino di emergenza in più visto la patologia. Apparentemente sembra molto tranquillo, ma vorrei un suo parere.
La ringrazio anticipatamente.


LA PSICOLOGA RISPONDE

Viviamo un periodo difficile, tutti ne parlano, un approfondimento in merito sarebbe ridondante. Molti di voi avranno visto almeno uno di quei video “interviste” a giovani che, in barba ai divieti, hanno continuato fino all’ultimo a fare aperitivi, brindisi, darsi abbracci, “alla faccia del Coronavirus” e ognuno di noi si è indignato almeno un po’ guardando l’arroganza sui loro volti e nei loro modi di fare. Credono di essere immuni, invincibili e immortali, una spanna sopra gli altri. Per quanto poco ci piaccia, questo è un fenomeno psicologico che contraddistingue gli adolescenti, chiamato “ottimismo irrealistico”. È come un errore di giudizio che produce una sottostima del rischio, è quello che fa pensare ai ragazzi “non mi metto il casco, tanto che vuoi che succeda?”, “una birra in più, che sarà mai?”, “perché non provare questa pillola? Lo fanno tutti perché io no?” La distorsione ottimistica diventa […] quasi necessaria per ridurre l’ansia associata a particolari conseguenze negative e per difendere la stima di sé (Malagoli Togliatti, 2004, 68).

Tutti gli adolescenti si comportano così? La condizione del diabete mischia le carte in tavola, come sempre oserei dire. Il giovane con diabete sa che non è immune e sa quali sono i rischi, perché li ha già sperimentati, li sperimenta forse da anni, con caroselli di iper e ipo. Il diabetico adolescente sa già che del diabete non ci si può fidare, neanche per andare a prendersi una birra, fare il bagno in mare aperto o mangiare quel pezzo in più di pizza.
Il diabete in alcuni casi può togliere sia l’ottimismo che l’irrealistico, lasciando uno stato di ansia e di costante “chi va là”. Il diabete ci insegna a controllare tutto e a controllare sempre, mentre l’adolescenza vorrebbe i giovani scatenati, spensierati, spericolati. Forse queste sensazioni non le avete mai sperimentate e vi fa paura solo l’idea, forse vi siete lasciati andare qualche volta, è andato tutto bene e avete avuto una tregua dalla paura oppure è andato tutto male e adesso il segnale di pericolo suona in continuazione, come un antifurto malandato. In ogni caso, a seconda della maturità individuale, il diabetico sa che deve stare attento.
Questo virus può fare paura anche ai più giovani, e le rassicurazioni che potrei elencare non cambieranno il fatto che c’è un pericolo. Oggi è un’emergenza globale, domani sarà un’emergenza personalizzata come il peso di una gravidanza, la paura di andare in ipoglicemia mentre si guida la macchina o trovarsi improvvisamente senza insulina e lontani da casa: l’imprevisto è dietro l’angolo.

Ci saranno elementi che non saranno sotto controllo, sembra banale, ma fa parte della vita. Quindi se non abbiamo controllo sul mondo esterno, cosa si può fare? Ricordarsi che avete sempre il controllo di voi stessi. Questa malattia toglie la spensieratezza, ma insegna il rigore, la disciplina, la perseveranza, la capacità di far fronte alle situazioni e queste sono tutte frecce al vostro arco. Non siete disarmati di fronte alle avversità, finché vi prenderete cura di voi, con tenerezza e costanza, accettando i successi come i fallimenti. Ricordatevi che non siete soli, altri come voi in questi momenti stanno controllando dei valori con la stessa ansia di tenerli sotto controllo. Sfruttate questo periodo per imparare cose di voi stessi, per ascoltare canzoni e leggere libri, guardate film, coltivate il vostro coraggio e stringete una tregua con la paura.

E a voi genitori in quarantena, durante l’adolescenza a volte i figli si trasformano in demoni senza nome, che sbattono le porte, disobbediscono e si tingono i capelli di colori improponibili. In questi giorni di convivenza strettissima lasciate loro lo spazio necessario, con la promessa di farvi trovare pronti quando usciranno dalla loro stanza. Non costringeteli, ma proponetevi di imparare qualcosa su di loro. Che musica ascoltano? Quali serie guardano? Lasciate uno spiraglio aperto per capire meglio chi sta diventando vostro figlio, abbandonando i preconcetti e facendovi stupire da un videogioco, una band, un bel film. Ma se nonostante gli sforzi è il silenzio che la fa da padrone, accettate anche quello. A volte è importante lasciare tempo e ascoltare anche quando non c’è niente da dire.

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I grandi “perché?”

Sono la mamma di un bambino di 5 anni, insulinodipendente da tre. Qualche giorno fa mio figlio ha avuto uno sfogo: ”Ma perché il Dexcom non è toccato a Niccolò?” (uno dei fratelli). Io lo odio il Dexcom e odio la glicemia.” Ho cercato velocemente una risposta soddisfacente ma che non fosse una spudorata bugia. Allora l’ho ascolto: “Per colpa del Dexcom io non posso fare le cose che fanno gli altri bambini”. Provo allora ad argomentare, ma mi rendo conto di non mettere bene a fuoco cosa dirgli. Cosa mi consiglia?

La psicologa risponde…

“Sai che mi piace mangiare la pasta sia a pranzo che a cena? Magari possiamo continuare anche dopo che sarò guarita dal diabete!” Ricordo che una volta dissi questo a mia mamma, a pochi mesi dall’esordio. Non ricordo cosa rispose, ma ora posso immaginare come deve essersi sentita.

Come far capire ad un bambino cos’è una malattia cronica? Cronica, una parola che fa paura, che per un genitore fa rima con “conseguenze”, “complicanze”, “ansia”, “incertezza”, una minaccia oscura che rimane sempre lì, come nuvoloni all’orizzonte in una giornata di sole splendente. Sai che i problemi arriveranno, ma non sai quando. Quando un bambino guarda un genitore e chiede “perché a me e gli altri no?”, questo tocca con mano, e con terrore, la propria mancanza di risposte, perché è una domanda che il genitore di un bambino malato si fa continuamente nella sua intimità. Nessun genitore sarà mai preparato al dolore di un figlio. Non ci sono frasi da film, discorsi ispirati, momenti di impalpabile comprensione da cui prendere spunto. Quello che un genitore davanti a un figlio spaventato può fare è essere un contenitore, una cornice, dentro il quale il figlio può buttare dentro le grandi domande, il dolore e la paura e vederli trasformare in qualcosa di meno spaventoso, vedere che quel dolore ha un senso e che ha senso provare paura, rabbia, risentimento.

Lo psicanalista inglese Bion parla di “elementi alfa” ed “elementi beta” come elementi complementari che compongono il pensiero. Gli elementi alfa includono i concetti, le conoscenze, la capacità deduttiva, mentre gli elementi beta consistono in sensazioni, emozioni elementari, elementi grezzi in un certo senso, che il bambino sente, ma non capisce. La frustrazione di un bambino nasce da un accumularsi di questi elementi beta: “Perché devo misurarmi sempre la glicemia?”, “Gli altri fanno merenda e io no!”, “Quando posso smettere di farmi l’insulina? Non voglio farla, le punture mi fanno male e gli altri bambini mi guardano strano!”.
Questi elementi possono essere momentaneamente eliminati, ignorati, sviati verso altro, ma i genitori hanno la capacità di trasformarli. Il genitore diventa così un contenitore, che trasforma gli elementi beta (appunto grezzi) in alfa, attraverso la sua capacità di pensiero. È come se la madre “digerisse”, metabolizzasse, qualcosa che per il figlio è ancora troppo grande e complesso, e glielo restituisse come un prodotto raffinato: “misurarsi la glicemia è una noia, ma ci serve per farti stare bene”, “hai ragione, ma anche tu puoi fare merenda se stiamo attenti all’insulina e alla glicemia, troviamo un piano!”, “tutti producono l’insulina, per noi però è diverso, dobbiamo sempre trovare un equilibrio giusto, ma non è impossibile perché abbiamo tutti gli strumenti giusti!”.

Quindi aspettatevi queste domande e fatevi trovare accoglienti. Sì, ditegli quel diabete lo odiate anche voi, così come la glicemia, il misuratore e le misurazioni, ma ricordategli che siete con loro in questa battaglia, non sono soli e insieme potete unire le forze. Validate quello che sentono, anche se fa paura anche a voi.

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