La rivoluzione Eversense nel racconto della Prof.ssa Concetta Irace

“Vorrei avere un medico così per mio figlio o per me”. È il pensiero che ti accompagna quando conosci Concetta Irace, Professore Associato di Scienze Tecniche Applicate alla Medicina all’Università degli Studi Magna Græcia Catanzaro, che opera presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Mater Domini. Come se il suo sorriso  e l’entusiasmo per il suo lavoro rendesse tutto molto più leggero, e il diabete un problema da affrontare con grinta e determinazione.

L’abbiamo incontrata per parlare a lungo della sua esperienza e quella dei suoi pazienti con Eversense, il rivoluzionario sensore glicemico sottopelle.

Grazie per averci concesso quest’intervista. Lei ha appena impiantato il quarto sensore consecutivo Eversense allo stesso paziente, forse il primo in Italia a raggiungere un intero anno con questo rivoluzionario dispositivo. Come vi siete trovati?

È stata un’avventura ed una sfida. Il termine “vi siete” che lei usa è assolutamente appropriato poiché l’utilizzo del sistema richiede una completa sinergia medico-paziente.
Il coinvolgimento del medico nella gestione del sistema è decisamente differente da altri sistemi e non solo per la modalità di inserimento del sensore ma soprattutto per la possibilità di ‘connettersi’ al proprio paziente in qualsiasi momento.

Aveva qualche perplessità prima, visto che diversamente da altri sensori, è più invasivo e bisogna superare lo scoglio psicologico (per il medico ed il paziente) di un piccolo intervento?

Avevo più di qualche perplessità. Ricordo quando, per la prima volta ad un congresso internazionale su tecnologia e diabete, mi sono avvicinata allo stand dove si offriva la possibilità di provare l’inserimento del sensore Eversense su un tessuto sintetico. Ebbene in quella occasione la mia prima reazione fu ‘non inserirò mai questo sensore’. Dopo appena due anni mi trovo ad aver impiantato 11 sensori e rimossi 8. Non dico che giro con un bisturino in tasca ma quasi. Scherzi a parte, la procedura è molto più snella di quello che si possa immaginare. Minimamente invasiva, non dolorosa, taglio millimetrico sia in lunghezza che profondità, strumentazione disponibile nel kit adeguata. Ovviamente precauzione assoluta ‘sterilità del campo’. Per quanto riguarda il paziente e le sue ‘emozioni’ riguardo la procedura, non sono mai state un problema anzi l’aspettativa del paziente è alta ed il desiderio di impiantare il sensore maschera qualsiasi incertezza o timore. Questa è la mia esperienza. In realtà è anche vero che al momento sono stati selezionati da ciascun centro i pazienti che potessero accettare meglio la procedura e quelli più proni all’uso delle tecnologie.

Esistono siti alternativi al braccio per l’impianto? Come mai è proprio il braccio il punto più indicato anche per altri sensori?

Al momento il braccio è l’unica sede prevista anche se sono in corso studi per valutare l’efficacia del sensore in altre sedi quali addome e gluteo. Come prima sede è stato individuato il braccio poiché già sul braccio è previsto l’uso di altri sistemi in monitoraggio in continuo della glicemia. Utilizzare la stessa sede consente di validare i nuovi sistemi come Eversense verso quelli convenzionali.

Ci sono stati miglioramenti in termini di gestione? Intendo sia di glicata sia di qualità della vita dei pazienti?

Vorrei rispondere prima alla seconda domanda. Il miglioramento della qualità di vita è indiscutibile. Soprattutto gli allarmi predittivi e le vibrazioni del trasmettitore sul braccio sono una sicurezza per il paziente. Intervenire in anticipo su un valore predittivo basso o alto consente di mantenere le glicemie stabili ed evitare quelle oscillazioni che influenzano molto il tono dell’umore e danno la sensazione che la terapia non funzioni. Quelle torte che ci mostrano i pazienti tutte verdi fanno sentire che l’obiettivo può essere raggiunto. Beneficio sulla glicata si, inevitabile quando si trascorre più del 70% in euglicemia.

Gli allarmi predittivi di Eversense secondo lei fanno la differenza nel mantenimento di un buon controllo glicemico?

Si direi proprio di si. Umanamente si cerca di predire ogni cosa, le condizioni metereologiche, la fine di un film, il successo di una festa, un incontro sportivo. Siamo portati ad anticipare le cose. Un soggetto con il diabete pensa sempre, cosa succede se mangio questo, cosa accade se gioco a calcio e così via. Avere uno strumento che con una buona accuratezza può predire la glicemia e darci il tempo di intervenire non ha bisogno di commenti direi.

Si hanno notizie sull’approvazione per uso pediatrico? Lei cosa ne pensa in merito?

Proprio recentemente ho partecipato ad un congresso in cui si parlava anche di Eversense e che vedeva come protagonisti sia medici diabetologi dell’adulto che medici pediatri. I pediatri hanno mostrato interesse per questa tecnologia che potrebbe portare benefici anche agli adolescenti. Forse non penserei ai bambini piccoli, il sensore ha una dimensione disegnata per il braccio di un adulto. Inoltre è difficile pensare che un bimbo possa stare fermo durante l’inserimento. Quindi direi adolescenti si ma bambini no, comunque per poterlo usare è sempre necessario che sia disegnato uno studio clinico ad hoc.

Attualmente quanti sono i pazienti che usano Eversense in modo continuo? (sembra che chi lo prova non lo lascia più)

In Italia sono stati effettuati circa 400 impianti nel 2017. Il 70% dei pazienti ha proseguito. Una indagine su un campione di soggetti con Eversense ha rivelato che il 94% è completamente soddisfatto e reimpianterebbe il sensore. I primi impiantati sono oramai ad un anno. I miei primi due pazienti hanno impiantato per la quarta volta.

Avrebbe mai pensato anni fa che la tecnologia per il monitoraggio del paziente diabetico avrebbe preso questa “piega”, diciamo da fantascienza?

Devo rispondere ‘si’. Il diabete come altre patologie croniche non poteva non essere un banco di prova e di applicazione di idee innovative. Io come altri colleghi eravamo in attesa che qualcosa arrivasse nelle nostre mani per migliorare la cura dei nostri pazienti. Era solo questione di tempo ed è solo l’inizio. Finalmente si sta guardando la malattia dalla parte del paziente. I diabetologi italiani sono sempre stati attentissimi all’educazione del paziente ed all’empowerment quale strumento per una adeguata gestione del diabete. Avere lo strumento che possa far mettere in pratica tutte le informazioni fornite e le strategie di gestione significa quasi chiudere il cerchio.

È corretto affermare che con Eversense è un nuovo modo di gestire il diabete?
Direi proprio di si. Il sensore può essere utilizzato dal soggetto con diabete di tipo 1 in multi-iniettiva e con microinfusore. Genera un valore di glicemia ogni 5 minuti con elevata accuratezza ma soprattutto genera frecce di tendenza e allarmi predittivi. La terapia insulinica non è legata a schemi rigidi bensì flessibili e deve essere modificata dal paziente se necessario per mantenere il valore glicemico nella norma. Si accelera e si frena continuamente, ci si ferma e si riparte. La collaborazione con il medico è fondamentale. Un sensore deve essere ‘introdotto’ nella vita del paziente e non solo per ridurre il numero di controlli giornalieri su sangue capillare. Le informazioni che il sensore è in grado di produrre devono essere spiegate; indicazioni e suggerimenti devono essere dati al paziente ed eventualmente anche schematizzati per facilitare l’uso. È come l’assetto di una autovettura o come un abito sartoriale, ognuno con le proprie esigenze, con i propri obiettivi. Quindi sensore lo stesso, ma modalità di programmazione e utilizzo differente.

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