Che piaccia o no

Il senso di solitudine mi fa compagnia da tutta la vita. Da tutta la mia vita di diabetica di tipo 1, per la verità.
All’inizio mi sorprendeva questa sconosciuta ombra di solitudine che aveva iniziato a seguire il mio corpo, perché il mondo, il mio diabetologo in primis, mi diceva che non doveva essere così: la mia vita era normale, uguale a quella di tutti gli altri, con qualche attenzione in più. Allora la solitudine che provavo si accostava alla sgradevole percezione della mia diversità e a un senso di colpa di cui non vedevo un contorno.
Ha smesso di ferirmi da quando ho iniziato a raccontare, e a trasformare il racconto in scrittura.
Non ho smesso di sentirmi sola, ma nella mia solitudine hanno iniziato a rispecchiarsi in tanti, e questo ha contribuito a farmi sentire meno sbagliata.
La solitudine è stata la mia vera compagna di vita. È stata accanto a me quando a scuola ero l’unica in classe a svolgere le interrogazioni con la glicemia a 300, o a 60.
Quando da adolescente non mi servivano le droghe, ma bastava la pizza di mezzanotte a farmi star male per ore e ore.
La solitudine mi è stata accanto in ogni mia scelta dell’età adulta, quando le mie decisioni erano filtrate dalla nebbia delle oscillazioni glicemiche.
Mi è stata accanto sempre, soprattutto quando ero in compagnia.
Mi è accanto nel lavoro, quando chi mi sta intorno non immagina la guerra che combatto per avere una glicemia che mi consenta di essere lucida.
Mi sta vicina quando le mie sorelle pensano che il mio diabete sia scompensato perché c’è qualcosa di sbagliato in me, che gli altri diabetici che vanno in palestra con loro sono belli e stanno benone.
Sono sola in questi giorni, quando al lavoro l’unico rumore che si sente è quello del mio sensore.
Quando lascio un attimo l’attività per farmi insulina -ottimisticamente- ancora e ancora e ancora.
La mia solitudine è sdraiata in questo momento con me, sul divano.
Siamo io, lei e la glicemia a 300 che non scende. Che non scende perché non scende.
Non sto male. Attendo. Prima o poi si farà più in là.
Oggi, come 30 anni fa, qualcuno si sentirà disturbato da questo mio racconto.
Perché è un testo che fa male e le cose che fanno male vanno seppellite in un buco, per terra.
Perché è meglio raccontare le cose come vorremmo che fossero.
Perché qualcuno ritiene che ‘il diabete è bello’.
Ma questo è ciò che mi viene in mente quando si parla di ‘diabete di tipo 1’. Lo voglio raccontare ora che posso farlo, come 30 anni fa, quando parlavo senza che mi fosse consentito.
Se un giorno avrò la fortuna di vivere qualcuno dei miei giorni senza questa malattia, giuro che scriverò di sole, cuore e amore.

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