I grandi “perché?”

Sono la mamma di un bambino di 5 anni, insulinodipendente da tre. Qualche giorno fa mio figlio ha avuto uno sfogo: ”Ma perché il Dexcom non è toccato a Niccolò?” (uno dei fratelli). Io lo odio il Dexcom e odio la glicemia.” Ho cercato velocemente una risposta soddisfacente ma che non fosse una spudorata bugia. Allora l’ho ascolto: “Per colpa del Dexcom io non posso fare le cose che fanno gli altri bambini”. Provo allora ad argomentare, ma mi rendo conto di non mettere bene a fuoco cosa dirgli. Cosa mi consiglia?

La psicologa risponde…

“Sai che mi piace mangiare la pasta sia a pranzo che a cena? Magari possiamo continuare anche dopo che sarò guarita dal diabete!” Ricordo che una volta dissi questo a mia mamma, a pochi mesi dall’esordio. Non ricordo cosa rispose, ma ora posso immaginare come deve essersi sentita.

Come far capire ad un bambino cos’è una malattia cronica? Cronica, una parola che fa paura, che per un genitore fa rima con “conseguenze”, “complicanze”, “ansia”, “incertezza”, una minaccia oscura che rimane sempre lì, come nuvoloni all’orizzonte in una giornata di sole splendente. Sai che i problemi arriveranno, ma non sai quando. Quando un bambino guarda un genitore e chiede “perché a me e gli altri no?”, questo tocca con mano, e con terrore, la propria mancanza di risposte, perché è una domanda che il genitore di un bambino malato si fa continuamente nella sua intimità. Nessun genitore sarà mai preparato al dolore di un figlio. Non ci sono frasi da film, discorsi ispirati, momenti di impalpabile comprensione da cui prendere spunto. Quello che un genitore davanti a un figlio spaventato può fare è essere un contenitore, una cornice, dentro il quale il figlio può buttare dentro le grandi domande, il dolore e la paura e vederli trasformare in qualcosa di meno spaventoso, vedere che quel dolore ha un senso e che ha senso provare paura, rabbia, risentimento.

Lo psicanalista inglese Bion parla di “elementi alfa” ed “elementi beta” come elementi complementari che compongono il pensiero. Gli elementi alfa includono i concetti, le conoscenze, la capacità deduttiva, mentre gli elementi beta consistono in sensazioni, emozioni elementari, elementi grezzi in un certo senso, che il bambino sente, ma non capisce. La frustrazione di un bambino nasce da un accumularsi di questi elementi beta: “Perché devo misurarmi sempre la glicemia?”, “Gli altri fanno merenda e io no!”, “Quando posso smettere di farmi l’insulina? Non voglio farla, le punture mi fanno male e gli altri bambini mi guardano strano!”.
Questi elementi possono essere momentaneamente eliminati, ignorati, sviati verso altro, ma i genitori hanno la capacità di trasformarli. Il genitore diventa così un contenitore, che trasforma gli elementi beta (appunto grezzi) in alfa, attraverso la sua capacità di pensiero. È come se la madre “digerisse”, metabolizzasse, qualcosa che per il figlio è ancora troppo grande e complesso, e glielo restituisse come un prodotto raffinato: “misurarsi la glicemia è una noia, ma ci serve per farti stare bene”, “hai ragione, ma anche tu puoi fare merenda se stiamo attenti all’insulina e alla glicemia, troviamo un piano!”, “tutti producono l’insulina, per noi però è diverso, dobbiamo sempre trovare un equilibrio giusto, ma non è impossibile perché abbiamo tutti gli strumenti giusti!”.

Quindi aspettatevi queste domande e fatevi trovare accoglienti. Sì, ditegli quel diabete lo odiate anche voi, così come la glicemia, il misuratore e le misurazioni, ma ricordategli che siete con loro in questa battaglia, non sono soli e insieme potete unire le forze. Validate quello che sentono, anche se fa paura anche a voi.

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