Non restare in silenzio

Il problema è quando le parole non esistono. Raccontarsi sommando spazi, buchi, impossibilità.
L’ho fatto per anni: uno degli aspetti più difficili di questa complicata malattia. Quando certe realtà non esistono, difficile raccontarle.
Parti da una situazione solo tua, da una difficoltà che pesa come un macigno sulla tua vita. La formuli sulla base di ciò che ti dice la pancia e ciò che ti impone il cuore, per tradurla il pensiero. In una realtà in cui il diabete (“di tipo 1” ancora non si diceva) veniva visto come una “condizione facile” semplicemente queste sfumature che improntavano pesantemente il mio presente e che tentavo di tradurre in parole nel tentativo di detonarle, non esistevano. Non esistevano fuori e non esistevano in quello che doveva essere il dentro: tra medici e diabetici. Sono stata, per tanti anni, “la strana”. Lo ribadivano i medici: “Ma non esiste, solo tu funzioni così!”. Una solitudine sancita. Le glicemie alte per lo stress o dopo l’attività fisica, la difficoltà a gestire con innumerevoli buchi (e la povertà di strumenti) la pizza o i grassi, la variabilità glicemica in base allo stato emotivo: cose solo mie. Parlare senza parole affatica la gola, ma crea anche spiragli e dubbi salutari. E così ho continuato. Ora le parole esistono e allora il silenzio è solo una scelta. Secondo me, il più delle volte, una scelta da evitare.

Luisa Codeluppi

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