Per passare dalla riva della vacanza a quella della quotidianità bastava fare un saltello. Ma non ho un corpo agile e mi sono ritrovata a fare un balzo nel vuoto.
Da questa parte della riva constato, con stupore vetusto, come da un giorno all’altro per me cambino le cose: osservo l’andamento glicemico tranquillo dei giorni scorsi imbizzarrirsi in vette acuminate, le unità di insulina che ieri tenevano la mia glicemia in stato di grazia oggi del tutto insufficienti, svuotate del valore che hanno avuto dall’altra parte, ad appena un passo da qui.
Senza percepirne le cause sento scivolare la lucidità mentale di ieri nell’odierna melma dolciastra di pensieri stanchi.
Io: due persone diverse nell’arco di due giorni.
E tocco con mano l’abisso di una distanza risibile.
Se mi guardassi dall’esterno definirei questi passaggi repentini “un’esperienza di vita particolare”. Invece è un’esperienza che vivo e non vorrei vivere. E le definizioni finiscono qui.
È uno degli aspetti del diabete difficili da raccontare perché impossibili da capire.
Dovrei dire che davvero il mio corpo di diabetica trentennale è scosso smosso e sbatacchiato dal battito d’ali di quella famosa farfalla in quel famoso posto dall’altra parte del mondo.
Che si tratta di pagare lo scotto di un corpo stupido o forse troppo intelligente.
Dovrei spiegare anche che perdonare questo corpo delicato, robustamente imperfetto a volte non è cosa scontata. Che talvolta volergli bene vale l’ intensità di un lavoro.
