Una sera, al tramonto

Un pomeriggio di gennaio scorro immagini di un intero anno, quello appena trascorso, il secondo con il compagno di viaggio che si è impossessato della vita di mio figlio e in fondo anche della mia. Sono al computer e con il tasto vado avanti… mese per mese, occasioni dopo occasioni: scampagnate, compleanni, pasqua e poi l’estate: che bella l’estate! Siamo in un paese di mare e quindi il sole, la salsedine sono parte di noi; guardando le foto, i visi sorridenti, mi sembra quasi di sentirlo quello sciabordio delle onde, quell’andare e venire dell’acqua che bagna i piedi, le urla dei bimbi in lontananza, Giordano che mi chiede di fare un altro castello di sabbia.
E ricordo una giornata in particolare, che mi ha segnato nel profondo, che mi ha lasciato un graffio nel cuore. Era pomeriggio e ricevo una chiamata: una cugina che vive fuori ma che torna per i mesi estivi, mi propone di mangiare una pizza in spiaggia per guardare il tramonto. Giovani famiglie come noi… bambini, giochi…uno sguardo a mia moglie e poi la mia risposta “…spero di sì!” “Lo facciamo? Sì dai…non riusciamo mai a far nulla” “….eh sì ma poi? Se c’è fresco” “…eh ma la pizza? E l’insulina”… tra mille indugi decidiamo di sì… e così nel tardo pomeriggio ci si organizza: costumi, tovaglie, borse, zainetto di Giordano “l’hai preso?”… “sì, c’è tutto possiamo andare”.


Che tramonto, che mare… non so descriverlo… le voci degli amici, le risate. Poi le pizze tutte in file sulla spiaggia fumanti, calde pronte per essere mangiate. Fatta l’insulina e via… concediamoci anche noi un po’ di quella spensieratezza! È buio ormai, il sole si è tuffato nel blu profondo del mare, cedendo il passo a un mare di stelle. Pian piano come quelle stelle spuntate su nel cielo, s’incomincia a insinuare in me uno strano sentimento, mi danno fastidio le voci, le risate… sono teso, concentrato su cosa fa Giordano, ha 4 anni il mio bambino, cosa può fare? Sta giocando a nascondino! Lo seguo nell’oscurità… dove va? Con chi è? E se ha mangiato poco? Forse gli si abbassa troppo la glicemia. Guardo gli altri genitori velato dall’oscurità… e li invidio. Sì lo posso proprio dire, li invidio. C’è chi parla, chi suona la chitarra, c’è anche chi ha deciso per un bagno serale! Mi sento un intruso, lontano da tutto e tutti, nessuno di loro intuisce cosa sto provando io… l’angoscia nel voler lasciare il bambino divertirsi ma al contempo le preoccupazioni più assurde…non ce la faccio più… un disagio assurdo, mi sento solo, solo con le lagrime che mi incorniciano il viso… cerco di contenerle ma non ce la faccio.
All’improvviso sento la voce di mia moglie che mi ha raggiunto nella penombra: “Che c’è? Non ti senti bene?” Nonostante il buio le lacrime sono come lucciole sul mio viso… mi abbraccia, io l’abbraccio…  ecco… lei sì… lei sa bene cosa sto provando!
Perché nonostante tutti gli sforzi, tutta la buona volontà… noi non siamo più come “gli altri”, adesso ho maturato questa idea! Il disegno della nostra vita è labile, fugace come un tratto inciso nella sabbia, ma non lo sappiano finché un’onda più lunga, improvvisa, non cancella tutto.
Bisogna avere forza e coraggio per fare un nuovo disegno e ancora una volta riprovare, magari si fa un po’ più in alto nella battigia e questa volta, l’onda non riuscirà a cancellarlo; restano le ferite, quelle sì! E poi, all’improvviso, come questa sera, riemergono dal profondo e ti lasciano attonito, un po’ stordito: quanto è strana la vita! Quanto è complicata…quando si ama!

Marco Cefalù

Diabete e bambino. Cosa succede quando mangiamo? La vera storia del cibo dalla bocca agli zuccheri, grazie al lavoro di Fata Insulina.

Da Padre a padre, dico grazie all'autore per aver fatto sorridere la mia bambina. Ci ha relagato uno sprazzo di magia

Ho pianto nel vedere la mia bimba felice  di leggere di una bimba come lei
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Il diabete ai tempi di Chiara Ferragni

È che le malattie ridefiniscono il concetto di identità. Ancor di più se queste compaiono dalla sera alla mattina senza uno straccio di preavviso, tra i corridoi di un ospedale e un team di medici che non sa bene come dirti che qualcosa si è inceppato per sempre. C’è un tampone, ma non la cura. Non si muore ma nemmeno si guarisce.

Sono così diventata diabetica a 26 anni, in un giorno di settembre apparentemente normale. Sono diventata diabetica in quell’età dove, più che ad una malattia, vorresti sposarti o più semplicemente amare qualcuno. Quell’età dove la gente davvero più o meno si sposa, mentre tu incominci una nuova vita, mentre tu  impari a calibrare l’insulina.

Ma io ve lo assicuro, non  mi aspettavo una dichiarazione d’amore all’arena di Verona come Fedez ha fatto per la Ferragni, anche perché io alla Ferragni le invidio bonariamente il visto per gli Stati Uniti e il pancreas, e non di certo il ragazzo e la richiesta di matrimonio.

Ma se è vero che la speranza è l’ultima a morire… e ancor di più, se è vero che toccando il fondo dopo  puoi solo risalire, ho cercato di sforzarmi a vivere secondo queste “quasi leggi della fisica” che con la fisica nulla hanno da spartire.

Che anni ragazzi! I due anni  più intensi della mia vita.

Ho deciso dopo una riflessione durata all’incirca sei mesi, di mettermi lo zaino e il mio pancreas rotto in spalla e di partire alla volta di Praga.

Sono andata a insegnare cultura italiana nella città d’oro. Ho partecipato ad un progetto di insegnamento fantastico insieme ad altri dieci ragazzi provenienti da dieci differenti nazioni al mondo.

Mi sono emozionata quando una mia collega iraniana decise di aiutarmi a portare la borsa frigo con dentro l’insulina su Karlov Most. Io ero piena di bagagli… e lei con tutta la carineria del caso si prese in carico ciò che giornalmente mi salva la vita.

Mangiavamo buttati per strada, o nelle scuole e nelle nostre camere d’ostello. Il diabete si è così tanto adattato a me, tanto da essersi arreso al buon gulasz della repubblica Ceca. La glicemia è sempre rimasta abbastanza stabile.

E fu poi la volta della California: 30 giorni a San Diego, per poi passare all’Oktoberfest a Monaco di Baviera, dove, mi aggiudico sicuramente il primato per essere stata l’unica persona che non ha bevuto nemmeno una goccia di birra nei 4 giorni in cui è stata al festival.

Mi sono poi trasferita in Polonia a Ottobre a fronte di una proposta lavorativa in un’azienda del posto. Perché se a Torino facevo la fame, qui mi si presentava almeno la possibilità di lavorare, di imparare e di far fruttare la mia conoscenza della lingua polacca.

Avete idea di quanto la cucina polacca sia grassa? Il freddo e la povertà passata della nazione, hanno sviluppato un tipo di alimentazione che col pancreas non si sposa bene.

Ma io me ne frego. Io mi compro la roba e me la cucino. E vivo di questa routine fatta  di lavoro, di casa, di piscina, di suoni in lingua polacca, di gente che non usa gli articoli ma che declina nomi ed aggettivi.

Sono arrivata in questa nazione post comunista con il mio piccolo pancreas rotto, e conto di imparare tante cose.

Sono arrivata alla conclusione che le ipo e le iper non possono condizionare il mio percorso di vita. Sono arrivata alla conclusione che le malattie sono tristi, ma anche il  non avere un lavoro dignitoso lo è altrettanto.

Sono arrivata alla conclusione che al di là del diabete c’era la vita. La malattia con me deve rassegnarsi. Deve capire che sono io ad inglobarla all’interno dei miei impegni e della mia volonta’. Non il contrario. La malattia non mi renderà mai così piccola tanto da diventare lei il mio mondo, tanto da inglobarmi all’interno di se stessa.

Valentina Maruca

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Quando capita

Il diabete è più leggero se c’è il sole. Quando cammino coi muscoli sciolti.
E’ più leggero se non ho l’agenda piena, se posso concedermi di stare fissa
con gli occhi alla finestra.
È più leggero se non leggo scemate sulla mia malattia,
se fingo che la gente abbia criterio.
È più leggero se sono innamorata, e non solo della vita. Che l’ossitocina mi dà una spinta ed è amica dell’insulina.
È più leggero dopo il mestruo, quando diventa mansueto.
È più leggero se la gente non mi dice cosa fare,
se non mi vuole salvare.
È più leggero se non sono troppo severa, se mi accarezzo un po’ il cuore.
È più leggero dopo la panna montata, sempre.
Il diabete è più leggero se la vita fila liscia,
se non è arrabbiata con me.
È più leggero se c’è speranza,
se la speranza non sa di sogno.
Il diabete è più leggero oggi,
che sto in buona compagnia
di me stessa.

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Il progetto di Dio

Il buon Dio due anni e 3 mesi fa, pensò bene di raddrizzarmi il cervello e di rendermi meno smemorata. Quel giorno deve essersi alzato e deve aver pensato: “è ora che tu bella bambina, incominci a metterci più testa nelle cose, ad essere meno rincoglionita, più concentrata e capace di prenderti le tue responsabilità”. Deve essersi detto: “Ti regalo una malattia che ti farà capire che la matematica non è un’opinione. Che se a 2 aggiungi a caso un 3, rischi di ritrovarti la glicemia a 30. Ti regalo una malattia da indossare ogni giorno come un vestito, e dovrai trovare il modo che questo sia il tuo miglior vestito… il più bello di tutti, e dovrai prendertene sempre cura. Ti regalo una malattia che pretende di avere tutta la tua concentrazione, così smetterai di avere sempre la testa tra le nuvole. Ti regalo una malattia che ti farà capire che quello che hai nel piatto lo finisci, senza fare la schizzinosa. Una malattia apparentemente indolore, ma che ti farà camminare sul filo di un rasoio fino a che avrai vita… così da valorizzare tutto quello che ti è rimasto e tutto quello che prima schifavi.
Ti regalo cara Valentina, la piu bastarda delle malattie metaboliche, cosicché, quando ti troverai in giro con gli amici e vorrai mangiarti un panino, mentre gli altri si divertiranno tu ti fermerai un attimo, ti imporrai di riflettere di quanta insulina avrai bisogno per poter mangiare.
Questa malattia metterà in discussione tutta la tua esistenza e farà parte di te 24 ore al giorno. Lei pretenderà la tua precisione, per tutte quelle volte in cui nella tua esistenza non lo sei stata. Per tutte quelle volte in cui hai rimandato sfide e responsabilità. Ti regalo questa malattia per tirare fuori di te il meglio che hai.
Ti dono questa malattia per darti il coraggio di andare via, perché da sana, rimarrai a cazzeggiare per sempre a Torino senza concludere nulla, ma tu vali molto di più. Non ne avevi solo la consapevolezza.
Eccoti una malattia che ti renderà organizzata come un soldato, paziente come una madre, gentile come una nonna, disciplinata come hna spia del Kgb. Ti regalo la peggiore rottura di palle al mondo, per un totale di 1400 iniezioni all’anno di insulina, per un totale di forza e di energia come mai ne hai avuto prima ad ora.
Ti regalo una malattia noiosissima, così da imparare a divertirti meglio con ciò che hai nella vita.
Una malattia per imparare a riflettere.
E’ la malattia che fa al caso tuo, quella che tu puoi sopportare… quella che farà di te, la versione migliore che tu abbia mai potuto immaginare”.

Valentina Maruca

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Quella stanchezza

Se ti dico che sono stanca,
è perché sono stanca
DAVVERO.
Perché con voce proiettata
ho parlato tutta la mattina
a quarantasei occhi adolescenti
Con la glicemia fissa a 350
e la gola secca
tesa
dolorante
e la bocca ammalata di zucchero.
Ho gestito la classe con finta energia
e ho strappato lucidità dal fondo della pancia,
con le unghie.
E se ti dico che sono stanca
è perché gli occhi sono stanchi di stare aperti
a guardare cose in movimento
e i muscoli sono stanchi
di nascondere tensione.
E il pensiero si ripara
su un letto silenzioso
mentre il giorno lo strattona.
Se ti dico che sono stanca
è perché
“sono una donna normale
e faccio una vita normale”
ma la faccio con la glicemia
alta
bassa
alta
bassa
alta
e con l’anima sbattuta dall’onda.
Se ti dico che sono stanca
è perché devo cercare un riparo
sfilare un istante il corpo
e poggiare il resto su un cuscino.

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Diversa

Sono nella sala d’attesa della mia diabetologia. Senza contare le visite extra per problemi particolari, dovrebbe essere, circa, la 140esima visita diabetologica di routine della mia vita. Devo discutere della mia emoglobina sempre zoppicante e dei miei esami generali, spavaldamente perfetti.
Intorno a me moltissimi vecchi. Come se i diabetici di tipo 1 stessero in letargo, o comunque alla larga.
Vecchi sovrappeso, per lo più.
Solo due i quarantenni, ammalatisi da bambini, uno quasi cieco, uno claudicante.
Si mescola al fastidio di queste lamentele di anziani che vorrebbero continuare a mangiare la stessa quantità di tortelli o di tigelle che mangiavano ‘prima’, al loro scoramento per essere passati a farsi addirittura una insulina al giorno, al loro ‘diabete al femminile’, al loro ‘diabete alto’, o ai loro ‘abeti’, la sensazione di essere diversa. ‘Diversa’ come mi sentivo a 13 anni, dentro al medesimo poco ameno contesto, ma ‘diversa’ in modo meno spaventato di allora.
Diversa e orgogliosa che il diabete non mi abbia affossata e che il mio corpo resista. Che anche il cervello non sia messo così male.
A differenza di un tempo questo contesto mi tocca meno, mi feriscono meno gli occhi vuoti e la gamba claudicante di questi due uomini ancora giovani e l’ ignorante sovrappeso di queste persone altrimenti sane.
Niente mi incide a fondo la pelle, dopo tanti anni.
Perché qui in mezzo sento come non mai che la mia corazza è dura e, a beffa della mia vita di diabete, ostinatamente ‘sana’.

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VENTICINQUE GENNAIO DUEMILASEDICI

25 gennaio 2016: è questa la data della svolta, del cambiamento della mia vita, di quello della mia famiglia.

E sì! E’ proprio così! Da quella data c’è un prima e c’è un dopo e tutti quanti ci siamo ritrovati dall’altra parte del burrone a guardarci con occhi smarriti.

Eravamo sereni, oserei dire, felici, prima! Senza saperlo… e abbiamo trascorso dalla nascita di Giordano, il terzo figlio, il piccolo di casa, quello che è arrivato dopo otto anni dal secondo, altri tre anni di apparente tranquillità. Perché poi sul finire del suo terzo anno di età… i primi dubbi, le incertezze, lo sgomento… e infine, la triste realtà: suo figlio ha il Diabete Tipo 1, malattia cronica. Cioè? Non esiste ancora cura! Dal Diabete non si guarisce!

Una notizia del genere ti cambia… per forza di cose, non ci si può illudere che tutto rimanga invariato.

Ecco, allora, il motivo di questo scritto: ho pensato a voi, a voi miei figli “grandi”, Gioele ed Elia, a voi che avete visto ritornare dall’ospedale, giusto il giorno del tuo compleanno Gioele (ditemi voi se questi non sono scherzi della vita!) non solo un nuovo fratellino ma, anche un nuovo padre. L’ho già scritto altrove, purtroppo una malattia, una sofferenza e non parlo solo di quella fisica, ti segna, ti fa vedere le cose da un’altra prospettiva.

Gli inizi non sono stati sicuramente facili: mamma e papà sempre concentrati sul fratellino, tutte le attenzioni su di lui! E per voi? Credo il nulla… neanche ammalarvi avete potuto fare… perché in quel caso vi siete dovuti trasferire dalla nonna… per evitare contagi!

Cari figli miei…eppure vi siete adeguati, non avete chiesto spiegazioni anzi, con grande attenzione vi siete concentrati sul nuovo modo di vivere in famiglia prestando più attenzione ai dettagli, ai particolari per evitare tutto ciò che per Giordano potesse essere motivo di disagio.

Perché il diabete che arriva in famiglia è anche questo…la Vita è questa! Non ci sono corsi preparatori che ti insegnino come affrontarla: ti devi adeguare alle situazioni che ti si presentano, tirare le somme e poi cercare una soluzione che non è “rassegnazione”! Al contrario…

Voi col vostro atteggiamento avete consentito a tutta la famiglia di andare avanti, perché tutti abbiamo accettato di cambiare, siamo scesi nell’arena del compromesso e abbiamo lottato, ciascuno con le proprie forze ma, abbiamo tenuto ben strette le mani l’uno dell’altro, abbiamo rinsaldato l’anello di quella catena che si era spezzata il 25 gennaio; la catena …il simbolo di quel legame che io con la mamma avevamo fino ad allora, costruito in giorni, mesi, anni di vita insieme, prima ancora che fossimo una vera famiglia, quella che invece, siamo oggi!

Certamente non sono stato all’altezza, ho sentito i vostri sguardi su di me, ho respirato la responsabilità di dovervi guidare, rassicurare. Per questo vi chiedo scusa, se non ho saputo parlarvi, se sono rimasto in silenzio… ma purtroppo non avevo risposte neanche ai miei interrogativi!

Adesso però, dopo quasi due anni, un consiglio posso darvelo: siate sempre sinceri con voi stessi, non nascondete mai i vostri sentimenti, non vergognatevene e se lo riterrete corretto, date un abbraccio, un bacio, sappiate ringraziare: fatelo, fatelo sempre e in qualunque modo, come adesso io sto facendo con voi… grazie, grazie dal profondo del mio cuore… Sappiate sempre guardare oltre… perché anche dalle situazioni più difficili può nascere qualcosa di buono. Noi, Voi, ne siete un esempio…buona vita, figli miei, buona vita, tutti uniti, sempre insieme!

Marco Cefalù

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Matilde, bambina solare che fa la linguaccia al diabete (scarica il suo libro)

Dall’altra parte del telefono risponde una voce allegra e squillante. È Caterina, la mamma di Matilde. E si spiega subito il sorriso contagioso e la grinta di questa bambina…

Ha dieci anni Matilde e da febbraio del 2016 si è trovata catapultata in un mondo fatto anche di aghi, insulina e glucometri. “Il diabete sta qui, con noi, ma senza farla da padrone. Non abbiamo cambiato le abitudini alimentari della famiglia, le attività quotidiane di Matilde e le nostre, malgrado le ovvie difficoltà”, racconta Caterina che segue minuziosamente la gestione in ogni dettaglio, ma a volte lo fa a “distanza di sicurezza” per regalare autonomia e fiducia alla sua bambina.

Per la festa dei dieci anni, ecco l’idea originale: scrivere un piccolo libro sul diabete da regalare agli amici a posto del solito ricordino.

“Matilde è partita da un po’ di domande che le ho fatto e il suo carattere così vivace e solare ha fatto il resto. Lei è positiva di natura e abbiamo cercato di alimentare questo suo lato del carattere. E si nota già dal titolo del libro l’approccio che ha”.

Con il candore della sua età e con semplicità disarmante, Matilde riesce a spiegare molto meglio di tanti adulti la sua patologia e le misure da prendere in caso di necessità.

Quando la mia glicemia è circa 100 è perfetta, quando è inferiore a 70 vado in ipoglicemia e tutti mi dicono di mangiare le caramelle, di sedermi e di rialzarmi solo quando non mi gira più la testa né mi tremano le gambe.
Dover mangiar le CARAMELLE non è affatto male…

La piccola pubblicazione, che Matilde ha dedicato alle sue maestre e ai suoi compagni della scuola, verà regalata anche a tutte le biblioteche di Bergamo con il patrocinio dell’associazione “Noi. Insieme per i diabetici insulinodipendenti”. Ma a questo punto il dono si allarga, arrivando anche ai lettori di DeeBee.

Download “"Non è così male", di Matilde” NON-E-COSI-MALE.pdf – Scaricato 432 volte –

Se il titolo potrebbe sembrare troppo leggero, letti da un adulto i pensieri di Matilde fanno riflettere. Prende per mano il lettore e lo accompagna con il suo tocco lieve anche nel sottobosco, dove la luce del sole non arriva diretta.

Spero che in futuro tutti capiscano cosa significhi avere il diabete, perché io ce l’avrò per tutta la vita e non ho voglia di essere presa in giro per sempre.

Eccola qui Matilde, che si descrive come “una bambina vivace, coi piedi giganti e con tanta voglia di divertirsi, perché… ODIO ANNOIARMI!!!!”

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Il funambolo

I genitori che vivono l’esperienza del Diabete Mellito di Tipo 1 sui propri figli, sono speciali: io mi sento speciale (scusatemi l’arroganza), ma non saprei come altro definirmi… siamo mutevoli, dalle mille sfaccettature.
Se giocassimo al gioco del “se fossi” tra i personaggi di un circo, mi rivedrei perfettamente nel ruolo del funambolo.
Avete presente quei personaggi che, saliti su di una lunga scala a pioli, intraprendono un percorso solitamente di andata e ritorno, camminando con disinvoltura sopra un cavo e poi, lungo il tragitto, intrecciano le più svariate combinazioni di giochi d’equilibrio per stupire il più possibile il pubblico? Ecco, io genitore di un bimbo col Diabete Tipo 1, sono così… un funambolo, un equilibrista.
Nei giorni del ricovero, successivi all’esordio, sono stato bombardato, da parte dei medici, da innumerevoli informazioni, nozioni varie, più o meno scientifiche che consentono, tornati a casa, di affrontare la nuova vita.
Parlavo di equilibrista e in effetti, così mi sono sentito nel dimenarmi passo dopo passo, giorno dopo giorno, tra calcoli, dosi d’insulina, quantità di cibo, orari da rispettare.
Però nonostante tutto, non ero solo, mi portavo dietro, una sorta di protezione… sapete, per eventuali cadute da principiante! La mia rete di protezione è stata “la luna di miele”: chi si ammala di Diabete Tipo 1 attraversa, di norma, questo particolare momento nel quale il pancreas, risollevatosi grazie all’insulina esogena, riprende forza tanto che sembra di tornare alla vita di prima. “Facciamo pochissima insulina, solo 1 unità ai pasti”, solevo raccontare quasi con orgoglio.
Così i giorni passano e i genitori  funamboli si illudono, perché è proprio questo che succede, un’illusione, un gioco di magia, un chiaro-scuro e poi all’improvviso si spengono le luci e i tamburi rullano e il pubblico si aspetta il numero più esilarante!
E in effetti arriva quel momento: le dosi d’insulina aumentano, i valori sballano, l’ansia del non saper fare ti arriva alla gola, ti fa sudare freddo e quelle parole che confermano i dubbi “in effetti, il bambino è uscito dalla luna di miele”, ti lasciano di ghiaccio, ti fanno sentire solo!
Ma tu, funambolo, sei lì pronto a fare il percorso di ritorno sul cavo, anche se ormai senza più rete…Gli occhi del pubblico sono puntati suoi tuoi piedi, su tutto il tuo corpo teso, su quel cavo che, per forze di cose, devi riattraversare!
E lo si ripercorre, certo che sì! I nostri piccoli contano su di noi, sono là tra il pubblico perché per adesso loro la vivono così questa esperienza, sono spettatori, del resto all’età di 3 o 4 anni è bello andare al circo… io me lo ricordo bene!
E lui… Giordano, il mio piccolo, anche lui è tra il pubblico ed è lì ad applaudire col naso all’insù, il suo papà funambolo ed io gli strizzo l’occhio per rassicurarlo: anche questa volta il numero riuscirà…il suo papà lascerà tutti a bocca aperta!
Marco Cefalù
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Impressioni di ottobre

Non so quanti “perderanno tempo a leggere questa mia riflessione…”
Spero che qualcuno ci sarà…
Non sono solito dare sfogo alle mie sensazioni/rabbie in questo modo…
Ma arriva per tutti un momento…
Certo un diario segreto sarebbe stato meglio… no forse peggio…
Perché spero almeno che un piccolo obiettivo verrà raggiunto…
E così siamo in seconda media…
Passano gli anni, cambiano i compagni, cambiano gli insegnanti, cambiano le aule, cambiano i professori, cambia il micro, cambia il glucometro, cambi tu…
No, tu non cambi… cresci…
Diventi ogni giorno di più un ometto…
Prima degli altri…
Così come è stato per me…
Io però fino a 10 anni ero “come gli altri”…
Io fino a 10 anni giocavo, ridevo, scherzavo…
Ah vero, questo lo fai anche tu…
E allora cosa c’è di diverso?

Tutto…
Negli anni ’80 i diabetici tipo 1 bambini erano molti di meno…
Che sfortuna: io fra i pochi eletti?
Sì, una sfortuna, ma perché?
I miei compagni, i miei Amici erano e sono miei Amici.
Se li vedo ora, se li incontro, ancora mi chiedono (certo non tutti) come sto e se va tutto bene, così come la mia maestra o i professori…
A scuola ero come gli altri, fra gli altri…
E se restavo fuori dal giro, non era perché loro lo volevano…
Era perché ero io a deciderlo… forse perché ero cresciuto prima di loro e più di loro e allora non sentivo più quell’età… ma quella dei più grandi…
Forse è questo che mi ha portato poi ad avere “pochi Amici” e a legare con quelli più grandi di me…
Ed è forse per questo che ora, anche la mia famiglia, si ritrova un po’ troppo sola…
Però fino a 10 anni sono cresciuto come gli altri…
Tu invece…
Ne avevi poco più di 2…
E come si può?
Come può fare un genitore che dona tutto l’Amore che può al suo piccolo, affrontare il distacco di una scuola, in un momento così difficile?
Giusto o sbagliato che sia, ogni Mamma e Papà, prende la propria decisione, fra mille difficoltà e pensieri…
E cresci…
Fra gli adulti e diventi adulto prima degli altri…
Fra i bambini e diventi “diverso” dagli altri…
Quindi???
Quindi nulla… sei così… sei e sii te stesso…
E quel che sarà, sarà…
Da bambino, adolescente, ragazzo, adulto che sarai, sii sempre te stesso…
E io Papà… e tu Mamma… non possiamo farci nulla…
Se la scuola… i presidi, le insegnanti…
Se la famiglia… i genitori dei tuoi compagni…
Se NON CAPISCONO, se hanno PAURA a “trattarti come un bambino” perché sono “ignoranti”…
Beh, non ci possiamo fare nulla…
Non esistono purtroppo campagne di sensibilizzazione che tengano…
Prevenzione… Cura… Affetto…
Tutto bello… tante belle parole…
Che restano tali…
E te ne accorgi quando sistematicamente si contano sulla punta delle dita le persone che si lasciano coinvolgere e chiedono…
E se lo fanno, la grande maggioranza è perché “sai ho un amico… un parente… o chicchesia…”
No, non è la prevenzione, se pur importante, a fara la differenza…
E’ la CONOSCENZA… è sapere che non è infettiva, né contagiosa e che tu, io, lui… siamo esseri umani e che forse, avremmo bisogno di sentirci meno soli…
Di sentirci al sicuro non solo a casa…
In strada, in auto, in un campo di calcio, su una pista di atletica, in bicicletta, in aereo, a casa di parenti o di amici, la notte, il giorno, a Natale e a Ferragosto…
No… Mamma e Papà, non ci saranno per sempre, ma faranno di tutto per farti stare bene e farti felice per sempre…
Ma tu dovrai lottare per trovare la tua felicità anche dopo… quando non ci saremo…
E se i tuoi coetanei oggi, non sentono, anche per un frammento della loro giornata, il bisogno di chiederti “Hey, tutto ok?” non come la domanda di rito del mattino…
Non come la risposta al telefono “pronto, ciao… come stai?”
Ma un preoccuparsi di te, anche una sola volta…
Noi, tuoi genitori, staremo ancora più male…
Aggiungeremo tristezza alla nostra tristezza di sapere che c’è qualcosa di diverso, nella tua, nella nostra normalità…
E dopo tutti i sacrifici che facciamo per lasciare lacrime, smorfie e dolore nascosti in un angolo della nostra vita, del nostro cuore, per mostrarti sempre un sorriso perchè vogliamo vederti ridere, sarà ancora più difficile perché ci renderemo conto che siamo i soli (anche se come noi tanti altri, troppi ormai) a curarci di te…
A donarti per quel poco che possiamo per affrontare la vita…
In cuor nostro, avremmo voluto donarti un aiuto in più…
Scusaci… non ci siamo riusciti…
E questo aggiunge altro dolore e tristezza…
Ma tu…
Tu non mostri mai quanto stai male dentro, anzi… “non mi importa… non mi interessa…” e dici “che non riesci a piangere”…
Ma sappiamo e capiamo che anche se a te una festa, un’uscita con gli amici o altro davvero non fa né caldo né freddo, vorresti poter decidere tu di dire “No Grazie”…
E invece no…
Perché?
Perché alla base manca la CONOSCENZA, regna la PAURA…
Perché è inutile negarlo…
Essere “diversi” vuol dire “esser fuori”, specialmente adesso, in questi tempi, in questa società…
E allora mi chiedo e chiedo: ha senso fare prevenzione?
Si certo, ne ha, assolutamente… anche dalle discriminazioni…
Per tutti i bambini come mio figlio, avrebbe senso fare aggregazione e non con chi è nella stessa situazione (genitori e bambini si aiutano ma poi non convivono) ma fra chi non è coinvolto, perché è questa la vita…
Perché mostrare un micro in pubblico, davanti ai tuoi compagni, poteva essere un “vanto” fino a pochi mesi fa, ti sentivi felice che ti chiedessero “cos’è?”…
Ma ora, invece, preferisci nasconderlo o toglierlo magari in estate, forse, perché vuoi trovare chi ti apprezzi per quello che sei…
Un bambino di 12 anni…
TI VOGLIO BENE PICCOLO MIO…
Scusami…

                                                                                                                                Fra Martino

Diabete e bambino. Cosa succede quando mangiamo? La vera storia del cibo dalla bocca agli zuccheri, grazie al lavoro di Fata Insulina.

Da Padre a padre, dico grazie all'autore per aver fatto sorridere la mia bambina. Ci ha relagato uno sprazzo di magia

Ho pianto nel vedere la mia bimba felice  di leggere di una bimba come lei
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