Questione di posto

Due ragazze dentro un treno. Posti paralleli, opposti. Stesso sacchetto un po’ unto con pizzette dentro, dello stesso bar. Stessa voglia di mangiare, nello stesso istante.
L’una prende il sacchetto, lo apre e comincia a mangiare.
L’altra: prende borsellino con glucometro,si misura, scopre un 130, si auto-complimenta mentalmente per aver pensato a fare un po’ di u di correzione prima di prendere il suddetto treno,così che ora non deve aspettare ore per mangiare… Poi mette a posto, quindi cerca disperatamente tra i meandri della borsa la penna d’insulina, non la trova, brontolano sia stomaco che mente, ecchec@zzo dov’e’?, ok, trovata, sbottona cappotto (cheppalle, pensa), decide bolo, fa iniezione, ripone l’insulina nei meandri della borsa.
Aspetta un po’ mentre scrive questo stato per far sì che l’insulina cominci ad arrivare e la pizza non faccia troppi danni.

Passato un quarto d’ora o anche più, l’una, ragazza dentro il treno con stessa voglia di mangiare e stessa pizza, ha finito da un pezzo, l’altra, inizia ora.

Peccato che io sia la ragazza dalla parte opposta sbagliata, ma con stesso sacchetto, stessa voglia, stessa pizza.

Questione di posti?

Silvia

 

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“Io non sono il mio diabete”

Sono una mamma, ma non ho figli diabetici. Lo sono io da 25 anni, esordio a 19 anni nel ’90. Non era “preistoria” e nemmeno “medioevo”, ma parlando in termini di diabete, i tempi erano da considerare tali.

A livello tecnologico questi sono anni “d’oro” per un diabetico insulinodipendente. Non c’è paragone: microinfusori, penne, sensori, insuline sempre più sofisticate. La dieta poi… Un diabetico ora può mangiare di tutto, ovviamente con attenzione, ma non ci sono divieti imposti a prescindere.
La vita, per chi è diabetico insulinodipendente, è davvero migliorata. Forse quello che ancora manca è quell’attenzione, quella sensibilità nei confronti della sfera emotiva, di quel mondo sommerso e spesso taciuto.

La cronicità spesso è proprio questo, una dimensione sconosciuta ai più, riservata a pochi (per fortuna), una dimensione “intima”, spesso fatta di lotte interiori, di diversità e conflitti.
Si parla di malattia, di accettazione, convivenza, rispetto, di un corpo che fuori appare “sano”, ma dentro qualcosa si è rotto e non si può aggiustare…
In questo stato, per forza di cose, si è portati ad odiare quello che si ha, è normale, sarebbe anomalo il contrario.

Dire “odio il diabete” è una dichiarazione d’amore verso noi stessi, è un rifiuto certo, ma è anche un modo per dire, urlare la rabbia verso qualcosa che non ci appartiene, o meglio non dovrebbe, perché la “malattia”, è qualcosa che in una vita normale, in una vita vissuta nel fiore degli anni, è difficile da concepire.
Quindi dire “il diabete è un mio amico, il mio compagno di vita” o altre cose simili, permettetemi, è un affronto verso ciò che siamo.

Se i vostri figli urlano e dicono “odio il diabete!”, bene! Benissimo! Esternano il loro disagio, la loro rabbia, il loro mondo interno. Sono arrabbiati e ne hanno tutte le ragioni del mondo. Certo ad un genitore questo spezza il cuore e si sente impotente.

Cosa devo fare, cosa devo dire?!
Niente.

“Accogliere e contenere”, si dice in psicologia.
In termini genitoriali: abbraccio, ascolto interessato e: “hai ragione ad odiarlo, lo odio pure io!”.
Con il tempo l’odio assumerá altre vesti come l’indifferenza, che non vuol dire non curarsi. La pseudoaccettazione, ovvero consapevolezza che c’è ma non lo metto al primo posto, perché un diabetico non è solo diabete, “io non sono il mio diabete, io non sono numeri, peso, e cho”.

Barbara Porcu
Dottore in scienze dell’educazione 
Esperto i processi formativi

 

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