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«Il sensore di mio figlio lo riconoscono tutti poiché l’hanno visto in TV. É un bene?»

Riceviamo e pubblichiamo il quesito posto da F., mamma di un bimbo affetto da diabete mellito 1.

Mi chiamo F. e sono la mamma di un bimbo di 12 anni che utilizza il sensore da più di un anno. Mesi fa è stata trasmessa a lungo in tv una pubblicità relativa a questo sistema ed ora molte più persone lo riconoscono e pongono domande. Secondo lei questo è un bene?
La ringrazio in maniera anticipata. F.


LA PSICOLOGA RISPONDE

Buongiorno F.,
penso che la diffusione di informazioni circa i dispositivi per la misurazione in continuo della glicemia non solo permette, a chi non conosce il diabete, di darsi delle spiegazioni ma anche dà un’occasione di conversazione, confronto e condivisione. Nell’ottica di una buona convivenza col diabete, le domande e le curiosità possono essere interpretate non come una minaccia o come un voler sottolineare una “diversità”. Al contrario possono aiutare a spiegare e a far conoscere a chi non sa la propria realtà. Nuoce, a mio vedere, molto di più il silenzio, il pudore che paradossalmente incrementano curiosità e invadenza. La conoscenza è sempre l’arma migliore che fa sentire il cuore leggero perchè senza segreti o argomenti tabù.

Dott.ssa Manuela Zavattoni

Diabete e bambino. Cosa succede quando mangiamo? La vera storia del cibo dalla bocca agli zuccheri, grazie al lavoro di Fata Insulina.

Da Padre a padre, dico grazie all'autore per aver fatto sorridere la mia bambina. Ci ha relagato uno sprazzo di magia

Ho pianto nel vedere la mia bimba felice  di leggere di una bimba come lei
©Riproduzione riservata
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Enjoy!

Come comportarsi se il diabete diventa motivo di scherno?

Riceviamo e pubblichiamo il quesito posto dalla mamma di un bimba affetta da diabete mellito 1.

Buongiorno Dott.ssa Zavattoni,
le scrivo perché ieri la mia bimba di quasi 8 anni mi ha confessato che a scuola un suo compagno di classe la prende in giro per la sua malattia. La chiama “diabetica” ridendo oppure “signorina diabete”. Non son certa di come agire al meglio per far smettere questi episodi dolorosi per mia figlia. E’ il caso che parli con la mamma del bimbo (persona un po’ particolare e poco sensibile), che accenni il fatto alle maestre che credo siano all’oscuro e soprattutto come devo affrontare l’argomento con mia figlia? Purtroppo temo che questo sia il primo di altri casi che capiteranno lungo il suo percorso scolastico.
Grazie


LA PSICOLOGA RISPONDE

Buongiorno, ho letto con attenzione il vostro racconto e ritengo che sia necessario un intervento su due piani: sua figlia e le insegnanti. Questa occasione, seppur spiacevole e dolorosa, può essere utilizzata per generare un apprendimento, da conseravare in una sorta di “cassetta degli attrezzi” immaginaria ed eventualmente estratto in un futuro, se necessario. Dunque mi sento di dire che non determinerà necessariamente una fragilità ma, perchè no, una forza… tutto sta nella lettura che vogliamo darle. Il punto di partenza è pertanto il messaggio da trasmettere alla bambina, che potrebbe toccare i seguenti punti: può succedere di incontrare persone poco sensibili che per qualche ragione si prendono gioco degli altri; il commento, anche se detto sicuramente in tono di scherno, è tuttavia una realtà (quindi perchè non rispondere “è vero e allora? Non mi fai un dispetto se mi dici quello che sono. A te dà fastidio se ti dico che hai i capelli biondi?” – per ipotesi-); a casa si possono fare “le prove” di come comportarsi/cosa dire di fronte a quella situazione (è importante che la bambina abbia la convinzione di poter chiedere aiuto ed essere aiutata e al tempo stesso che non si senta impotente, ma che in parte sia lei stessa a trasformare una situazione problematica, non solo i grandi). Sarebbe inoltre opportuno allertare le insegnanti in modo che viglilino, senza troppa invadenza però, queste dinamiche e magari possano a loro volta dare delle comunicazioni funzionali (potrebbero avviare ad esempio un progetto sulle diversità che arricchiscono, in modo che siano connotate positivamente tutte le realtà individuali).
In bocca al lupo.

Dott.ssa Manuela Zavattoni

Diabete e bambino. Cosa succede quando mangiamo? La vera storia del cibo dalla bocca agli zuccheri, grazie al lavoro di Fata Insulina.

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Come affrontare un sintomo, non di origine fisica, con il proprio figlio?

Riceviamo e pubblichiamo il quesito posto da A., mamma di una bimba affetta da diabete mellito 1.

Buongiorno Dott.ssa,
sono la mamma di S., 7 anni e con diabete di tipo 1 da due anni.
Ho un problema: la piccola lamenta dei giramenti di testa da una ventina di giorni. Con il diabetologo abbiamo fatto tutte le visite neurologiche (ed è tutto a posto), la visita oculistica è ok; secondo lui è un vezzo della piccola. Ho voluto aspettare l’inizio della scuola per vedere se abbandonava questo vezzo, visto che magari poteva essere distratta da altro, ma niente, anche a scuola dice alle maestre in continuazione che le gira la testa.
Il fatto è che nell’arco di un’ora lo dice almeno sei volte, dice: “MI GIRA LA TESTA MA MI SENTO BENE“… Il “mi sento bene” abbiamo capito che lo dice per farci capire che non lo associa alla glicemia, del tipo: mi gira la testa, ma la glicemia è ok, inoltre dice di avere pensieri brutti, che ha paura di morire (per una bimba di sette anni mi sembra un pensiero troppo forte).
Sono nel pallone più totale, non so come comportarmi, cosa fare e cosa dire. Ho paura che possa essere associato alla malattia. HELP!

Grazie mille A.


LA PSICOLOGA RISPONDE

Buongiorno A,
potrebbe essere utile allargare la nostra lente d’ingrandimento al fine di osservare la situazione da più punti di vista.
È del tutto normale considerare il diabete come centro da cui far partire vari ragionamenti e pensieri. È ugualmente importante però considerarlo al pari di altre variabili, quantomeno per avere un quadro più completo e rispondere al meglio alle esigenze del momento.
Avendo escluso un’origine fisica del sintomo, per prima cosa provate a porvi alcune domande volte a comprendere meglio gli antecedenti del comportamento e da cosa esso viene rinforzato, facendolo così persistere nel tempo. Ad esempio: ci sono stati eventi significativi concomitanti all’esordio del comportamento? Si verifica in presenza di chi prevalentemente? Fuori casa o a casa? In situazioni di stress o anche di relax? Che cosa succede nel momento in cui viene comunicato il malessere? C’è preoccupazione? Viene negato (del tipo: “non è niente”)? C’è nervosismo? Chi si attiva? Cosa succede dopo? Riprende la routine normale o cambia qualcosa?…e così via..questo per fare il punto della situazione ed eventualmente notare delle ricorrenze su cui centrare l’attenzione.
Dall’osservazione passiamo in un secondo tempo all’azione, ovvero alle comunicazioni: quando la bambina riferisce il sintomo potete con tranquillità sedervi assieme un momento e ragionare su ciò che sta accadendo. La conversazione potrebbe essere grosso modo questa: “Adesso mettiamoci qui insieme e raccontami cosa senti…ti credo e penso che questa sensazione non sia molto piacevole. Nonostante non sia tanto bello che ti giri la testa, ho la certezza che non ti succederà nulla, sei al sicuro e tra poco starai nuovamente bene. A volte il nostro cervello ci fa degli scherzetti: ci dice che stiamo male fisicamente, ma, anche se proviamo davvero quel malessere, magari siamo agitati, pensierosi, impauriti, emozionati. Quello che puoi fare è raccontarci quando non stai bene in modo da non essere sola e poter contare su una vera e propria squadra. Adesso sai cosa diciamo al tuo cervello? Smettila di far girare tutto!”.
Gli obiettivi da tener presenti sono: accogliere il disagio e riconoscerlo senza minimizzarlo, rassicurare e dare delle certezze relative alla risoluzione dell’episodio, fornire delle spiegazioni e delle strategie per affrontarlo (anche ironizzando e alleggerendo la situazione).
In bocca al lupo e aggiornaci se lo desideri.

Dott.ssa Manuela Zavattoni

Diabete e bambino. Cosa succede quando mangiamo? La vera storia del cibo dalla bocca agli zuccheri, grazie al lavoro di Fata Insulina.

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La psicologa risponde – Dott.ssa Manuela Zavattoni

“Non solo lavoro con il Diabete, l’ho sposato: mio fratello e il mio compagno sono entrambi diabetici di tipo 1!
Quindi eccomi qua… nel tentativo continuo di osservare le infinite risorse di ciascuno di noi nell’affrontare, in modo del tutto originale, nuovi equilibri.”

Queste poche parole basterebbero per presentarvi la dottoressa Manuela Zavattoni, psicologa dell’ambulatorio diabetologico pediatrico dell’ospedale Filippo Del Ponte di Varese (grazie al supporto di Adiuvare Onlus), laureata in Psicologia dello sviluppo presso l’Università degli Studi di Padova.
Alla sua sensibilità e professionalità affidiamo la sezione che DeeBee Italia dedica agli aspetti spesso non detti, intimi, o difficilmente esternati o esternabili e che toccano la sfera psicologica del bimbo diabetico, dei suoi genitori. Ma non solo. La Dott.ssa Zavattoni, che ha a cuore tutto ciò che appartiene al mondo della scuola, ci guiderà per rendere più facile l’inserimento del bambino diabetico, il rendere gli insegnanti più consapevoli e collaborativi, l’accettazione, i compromessi da affrontare.

Se avete domande da porre, scrivetele nei commenti oppure, se preferite l’anonimato, spedite un’email a info@deebee.it.

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