Archivi tag: Luisa Codeluppi

Luce

Ogni tanto si hanno delle illuminazioni.
Di cui faresti anche a meno, semmai, ma tant’è, arrivano.
La mia mattinata del sabato ha avuto un imprevisto piuttosto sgradevole. La conseguenza è stata una glicemia che ha toccato in verticale il 300 per poi scendere a picco in una ipoglicemia irrimediabile e risolvibile nell’arco delle ore successive solo a fatica.
E non c’è niente di illuminante in questo, né di luminoso. Malessere e frustrazione, piuttosto.
Il punto è stato un altro: la certezza assoluta che tutto ciò sta nelle regole della mia vita.
Mi sono resa conto di non provare nessun moto di ribellione, né nessuna forma di sgomento o di amara sorpresa.
Come giocare a Monopoli sapendo a memoria tutte le sfumature degli ‘Imprevisti’.
Forse ho vissuto uno di quei momenti che la gente etichetta sotto il termine di ‘accettazione’. Forse è questo allora ciò di cui si parla: rendersi conto che la linea tratteggiata- zigzagata- ondulata- curva- dritta su cui ti devi muovere è, effettivamente, il tuo perimetro, lo spazio vitale entro cui tutto si svolge.
E forse 32 anni di diabete di tipo 1 servono a questo, ad alleggerirti un po’ la mente con lampi di illuminazione non richiesta…
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All’orlo

Avere il diabete di tipo 1 da una vita significa ‘essere saturi’.
Sono un bicchiere pieno fino all’orlo.
Non posso mangiare troppo ascoltare troppo accogliere troppo. Non posso addossarmi troppo altro stress.
Ho la mente davvero molto occupata a insegnarmi minuto per minuto a essere un pancreas.
Ho il corpo davvero molto impegnato a cercare la salute.
Ho il cervello davvero troppo assorbito dal sopportare tutto questo zucchero nel sangue.
Le mie notti anelano invano al riposo.
Sono un bicchiere pieno fino all’orlo
-e l’ottimismo non c’entra-.
Posso prendere addosso i guai altrui solo a gocce. Altrimenti straripo.
Posso essere di cristallo, di plastica, di vetro. Cilindrico sferico o a calice.
Le sfumature non contano.
È l’acqua perennemente tremolante al bordo che tu devi guardare, se mi vuoi bene.
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T1

Quando mi risponde che ce l’aveva pure sua nonna, sento come una sorta di malessere all’altezza dello stomaco.
Eppure ci dovrei aver fatto l’abitudine, perché me lo dicevano pure quando avevo 13 anni, che ce l’aveva pure la zia, che pesava più di 90 kg, o il nonno, che però si era sistemato quando aveva smesso di mangiare l’intero barattolo del gelato Sammontana e la trippa prima di andare a letto.
Allora mi sentivo su un altro pianeta, anzi, mi sentivo un altro pianeta.
Ieri un signore allo sgambatoio mi ha detto che ce l’ha pure suo figlio, sui 50, che lui non fa né le iniezioni né prende le pastiglie, ma che una mattina se l’ era trovata a120!
Non è più senso di estraneità, quello che provo ora, è l’avvilente impressione di essere all’anno Zero.
Magari la gente lo dice per farti sentire meno solo
o per farti capire che qualcosa ne sa
o per dire qualcosa, che il silenzio fa paura.

È per questo che lo racconto, da sempre, che ne scrivo, da ancora prima: per fare qualche passo avanti rispetto all’anno Zero.
Per dare un senso a una lettera molto vicina a un numero.
‘T1’.

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Secondo me

Siamo bravi.
Siamo bravi quando riusciamo.
Ad accettare che le cose non dipendono solo da noi.
A continuare a impegnarci senza escludere, nello stesso tempo, un certo fatalismo.
Non è facile e non è immediato. A volte ci vuole quasi una vita, una vita di diabete 1, intendo.
E allora puoi sopportare che in una bella mattina di sole, con la finestra che ti offre il futuro in un piatto, un’unità in più o in meno (ma in più è in meno di cosa? di ieri? della teoria? della formuletta? dei calcoli?) ti svolti la glicemia nel peggiore dei modi, rendendo storto ciò che poteva essere liscio, rendendo acuto ciò che poteva essere piatto.
Siamo bravi.
Siamo bravi quando riusciamo, intendo.
Quando non sbattiamo la testa contro il muro o non ci copriamo gli occhi di amarezza se le energie che sembravano sufficienti per affrontare la giornata si prosciugano di primo mattino, perché magari lo zampino degli ormoni, o una caloria di troppo, o una fatica imprevista trasformano un auspicato 150 in un 300 incallito.
Siamo bravi, soprattutto dal momento del percorso in cui veniamo a sapere che le soluzioni facili non esistono.
Siamo bravi, soprattutto quando ci proviamo senza riuscire del tutto.

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Nuages

Stasera esco per l’ultima -alleluja!- passeggiata della giornata con Elio. Il cellulare in tasca mi fa camminare con una buona musica nelle orecchie:

J’ai dansé sous les nuages
Je suis perdue, la nuit, sans ton amour…
J’ai dansé sous les nuages
Je suis perdue, la nuit, sans ton amour …

È fresco ma non freddo. Mi sorprendo a percepire una anomala sensazione di benessere.
Qualche istante per capire che è perché sono insolitamente ‘leggera’: ho dimenticato a casa lo zainetto.
Dentro, il sensore glicemico che suonava allarmi fino a pochi istanti prima dell’uscita.
Il glucometro per la sua imminente calibrazione.
La penna con l’insulina.
Gli zuccheri per le ipoglicemie.
I soldi per eventuali necessità.
Non succeva credo, da 32 anni.
A tornare in casa a riprenderlo non ci penso neanche, è troppo bello e sconosciuto questo frammento di libertà. Non mi è familiare e non mi appartiene, per questo mi piace.
Cammino e respiro, ancora per un po’, con le spalle e il cuore leggerissimi.

J’ai dansé sous les nuages
Je suis perdue, la nuit, sans ton amour.

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Sottile

Quella che mi è saltata addosso è una malattia davvero sottile.
Non è insozzata di sangue né di bubboni. Non ti cambia il colorito.
All’inizio sembra non pesare quintali, sta lì sulle spalle, le mani al collo, non troppo strette. E la morsa solo quando vuole.
Ti permette una certa libertà: un metro a destra, uno a sinistra, due passi avanti, che non siano tre.
Impartisce ordini senza urlare. Preferisce le stilettate dentro le orecchie, dritte pulsanti sul nervo.
E’ mortifera, ma con eleganza, come le femmes fatales del ‘900, capaci di avvelenare lentamente.
La sua doppiezza l’ho riconosciuta quasi da subito, anche se dicevano che mi sbagliavo io: non si mostra se non per accecarti, quando non te l’aspetti, con incontri raggelanti -una donna con le gambe inutili, un ragazzo col bastone-.
Ti fa concessioni e quando allunghi le mani le bacchetta con una canna tagliente. Non sempre, solo quando le va.
Se fosse una persona sarebbe una persona intelligente. Cattiva, infida, antipatica, stronza e intelligente.
E’ doppia, ma forse anche tripla: ti illude, ti fa male e solleva i tuoi sensi di colpa. E’ così abile anche a sporcarti di vergogna, che dopo ci pensi da solo a infliggerti l’adeguata punizione.
Le piace il lavoro pulito, insomma.
E’ tanto attenta a non svelarsi troppo che qualcuno sostiene che non c’è. Forse è in questi casi che si diverte di più. L’ ho sentita sussurrare, una volta, che la vendetta si consuma fredda.
Quella che mi è saltata addosso è una malattia davvero sottile.
Ma i miei occhi vedono a fondo e le mie spalle la reggono come si reggono le ombre, che possono calpestarti solo all’indietro.

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Paranobetica

Per essere il mio giorno libero ho avuto sufficiente stress. Un’ora e mezza di attesa al negozio Wind, la scoperta di furti mensili da parte di ‘internet’, i casini con la posta elettronica, i geloni che mi fanno male.
Insomma ho bisogno di un risarcimento dolce. Di un premietto, proprio come Elio, quando dà la zampa.
Mi precipito nel bar pasticceria col fiato sospeso.
Voglio il caffè con un chilo di panna montata, proprio quella che prepara G., densa come il mascarpone, pesante come un quintale di nuvole. Ma ho bisogno anche di una pastazza con la crema gialla sopra e la frolla compatta e lucida di zucchero.
Mi sale il desiderio, l’urgenza. All’unisono mi assalgono gli scrupoli: impossibile contare i carboidrati, impossibile contare i grassi. Non ho voglia di casini glicemici, che ho già dato a sufficienza stanotte.
Il mio corpo urla: “Voglio il premietto! il premietto! il premietto!”, la razionalità impone: “Frena Ciccio,che dopo sono ca@@i.”
Vince lei: per togliermi dai guai ordino un caffè marocchino e un mignon.
Divoro il mignon, minuscolo, inconsistente, in un solo boccone. Neanche mi sforzo che siano due, per eleganza femminile. Dura il piacere di 3 o 4 secondi. Mi assale immediatamente un’insoddisfazione lancinante.
Che cacchio, mi sento infelicissima.
Esco con un buco nella pancia che prima non avevo.
Mi distraggo per una mezz’ora finché infilo in un altro bar e mi prendo la panna che desideravo prima.
Solo che è scioltarella, e l’orzo è freddo.
Troppo tardi.
Se questo mio branetto può insegnare qualcosa, questo qualcosa è: la volta che hai BISOGNO di un premietto, regalati IMMEDIATAMENTE il premietto adeguato.
Tappa la bocca alla razionalità, fai festa col corpo e la tua anima sarà soddisfatta.
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Mum and me

Mia mamma e io camminavamo nella notte, dopo cena, perché la mia diabetologa me lo aveva prescritto. Attraversavamo la nebbia, la pioggerella e l’aria ghiacciata imbacuccate nei cappelloni e nelle sciarpe di lana. Ogni tanto ci prendevamo a braccetto, quando una delle due era troppo pensierosa. Finché una sera mi disse: -Luisina, stasera sono troppo stanca, puoi andare da sola?- da quel giorno le camminate ipoglicemizzanti sono state cosa mia.
Mi ha accompagnata per anni a tutte le visite mediche. Raggiunti i 18 anni le ho imposto di rimanere a casa. L’ha presa come un’offesa personale, ha recriminato come una fidanzata tradita, ci ha  ritentato inutilmente per anni.
Fin dai primi mesi di malattia veniva a provarmi la glicemia alle 3.00 di notte. La odiavo per questo e glielo dicevo. Rispondeva ‘va bene’, strizzava il dito e mi prendeva la goccia.
Finché, com’è come non è, negli anni, al timbro della sua voce si è sostituita la sveglia, che puntavo prima di dormire.
Ha continuato imperterrita a cucinare leggero anche nel breve periodo in cui mi ingozzavo di nascosto di dolci e lardume.
Per una vita ha azzeccato le mie glicemie scrutandomi gli occhi o la postura, finché ai gonfiori oculari delle mie iperglicemie si sono sommati troppi segni del tempo e di altre fatiche.
Grazie al mio diabete ha pronunciato il suo primo ‘CAZZO!’ ad alta voce: ‘Il dott.M. dice sempre che basta che ti curi e puoi fare una vita normale, ma qui col cazzo che facciamo una vita normale!”.
Al telefono ha riso rumorosamente o tirato su col naso a seconda dell’esito dell’emoglobina che le comunicavo, fino a…no, questo succede ancora oggi.

E così ieri mi si è scritto questo pensiero in testa, perché l’ho trovata in cucina, noiosetta e melanconica come sempre nei giorni di pioggia.
E glielo dedico oggi,
che è tornato il sole.

Sunset Beach Abendstimmung Sun Sky Panorama Sea
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Quando capita

Il diabete è più leggero se c’è il sole. Quando cammino coi muscoli sciolti.
E’ più leggero se non ho l’agenda piena, se posso concedermi di stare fissa
con gli occhi alla finestra.
È più leggero se non leggo scemate sulla mia malattia,
se fingo che la gente abbia criterio.
È più leggero se sono innamorata, e non solo della vita. Che l’ossitocina mi dà una spinta ed è amica dell’insulina.
È più leggero dopo il mestruo, quando diventa mansueto.
È più leggero se la gente non mi dice cosa fare,
se non mi vuole salvare.
È più leggero se non sono troppo severa, se mi accarezzo un po’ il cuore.
È più leggero dopo la panna montata, sempre.
Il diabete è più leggero se la vita fila liscia,
se non è arrabbiata con me.
È più leggero se c’è speranza,
se la speranza non sa di sogno.
Il diabete è più leggero oggi,
che sto in buona compagnia
di me stessa.
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Narrazione

In quest’ultimo anno mi sono interessata meno del “mondo diabete”. Dopo una vita ad occuparmi di questa mia malattia, ho bisogno di fisiologici momenti di allontanamento, causati soprattutto dalla sensazione di deja vu.
Certe parole le hai già sentite, molte battaglie le hai già vissute, troppe cose le hai già scritte.
In questi giorni di tempo libero ho passeggiato velocemente in rete e ciò che mi ha colpito è che la nostra malattia è rimasta, come molti anni fa, una malattia dalla narrazione contraddittoria e multiforme.
Si affiancano a post che declamano la possibilità, per i diabetici, di “poter mangiare tutto” grazie al calcolo dei carboidrati, i post di tutti coloro che, nonostante il calcolo dei carboidrati, stanno vivendo questi giorni di festa con glicemie devastanti.
Di fianco al comprensibile sfogo di una madre che vede squartare la propria famiglia per la seconda volta dal diabete di tipo 1, e che ha bisogno di sostegno nei tragici momenti precedenti la raccolta delle forze, i consueti post risolutivi e conclusivi del “C’è di peggio”.
Parallelamente alla notizia -assurda, scioccante- dell’ennesima morte in giovane età per mancata diagnosi (ancora, ancora, ancora!) testimonianze di chi porta avanti la confusione tra tipi di diabete e definisce genericamente il “diabete” come la “malattia del benessere”.
In alternanza a post esultanti perchè sulla carta si dice che nella regione X i sensori saranno distribuiti gratuitamente, sfoghi di chi lotta inutilmente per avere un numero di strisce glicemiche sufficienti a stare a galla.
Lamentele di chi si trova a 180 due ore dopo un pasto a base di pane e lardo accanto a chi chiede al Cielo di donargli un 180 due ore dopo la bistecca di tacchino.
Racconti di chi afferma che la malattia non pone limiti e parole pudiche di chi sente la necessità, ma si vergogna, di parlare dei limiti che questa malattia ha tracciato nella sua vita.
A differenza del passato, tra questi scambi dalle molteplici sfumature c’è anche spazio per quelli che parlano di ricerca, di “lavoro sul diabete”. Quindi di futuro. E anche di leggi da cambiare. Quindi del potere che abbiamo in mano.
Credo che una delle caratteristiche che distingue la nostra da altre malattie sia questa: la profonda contraddittorietà della narrazione.
Anche per questo il mondo di fuori fatica a capire. E quindi ad ascoltare.
Il mio diabete dopo pochi anni dall’esordio è diventato cattivo e ha gonfiato la sua cattiveria con il procedere del tempo, parallelamente all’aumentare della mia forza. Le sfumature, le sue e le mie, in 32 anni le ho vissute e raccontate quasi tutte.
Quello che mi auguro è che nella molteplicità delle varie narrazioni, sempre di più si cerchi di seguire le fila della propria “verità interiore”, senza necessità di fingere, con sé e con gli altri.
Solo così il racconto, qualunque esso sia, non sarà esposizione sterile ma potrà essere strumento di aiuto agli altri.
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